Come costruire un thriller realistico
Dietro ogni thriller ci sono studio, metodo e realtà
Scrivere un thriller, almeno per me, non significa inventare. Significa costruire una storia che il lettore possa percepire come possibile.
Per farlo parto sempre da quattro pilastri: l’antagonista, la scena del crimine, l’indagine e le persone.
Definire questi aspetti mi permette di creare una base solida per il romanzo. Ed è proprio da questa base che svilupperò dettagli, sfumature e linee narrative che accompagneranno il lettore all’interno della storia.
Ecco, quindi, il primo pilastro: l’antagonista.
È fondamentale partire dalla persona. Chi era prima del crimine? Che cosa l’ha trasformato? Che cosa l’ha portata fin lì? Chi è adesso?
Rispondere a queste domande è molto più importante del “come uccide”. Il “come” deriva dal “perché” ed è spesso proprio una sua diretta conseguenza. Ogni comportamento nasce da una storia, da un contesto, da una personalità. E rendere credibili le motivazioni che spingono un individuo ad agire significa rendere credibili anche le sue azioni agli occhi del lettore.
Per questo non mi affido soltanto alla fantasia.
Il lavoro di uno scrittore thriller si confronta inevitabilmente con la realtà. Ci saranno idee che sulla pagina funzioneranno molto bene, altre che dovranno essere riviste, modificate o addirittura eliminate.
Nel mio percorso in criminologia ho studiato psicologia criminale, psichiatria forense e comportamento deviante. Quando inizio una stesura leggo e rileggo studi scientifici, casi reali e documentati. L’analisi criminologica è una fonte preziosa di ispirazione. Ma è importante ricordare che una diagnosi di disturbo antisociale di personalità, di disturbo narcisistico o la presenza di alcuni tratti psicopatici non sono, da sole, una spiegazione sufficiente all’omicidio.
La criminologia moderna insegna che il killer seriale è un fenomeno complesso che non può essere spiegato da un singolo fattore. È il risultato di un’interazione tra predisposizione biologica, traumi psicologici infantili e influenze sociali e ambientali.
Il lavoro di progettazione di un thriller consiste proprio nel rielaborare la letteratura scientifica, i casi reali e il comportamento umano per creare un individuo nuovo: il nostro killer, appunto.
Anche quando si utilizzano elementi riconducibili a specifici tratti di personalità, o a determinate condizioni psichiatriche, bisogna evitare che divengano una spiegazione sufficiente al comportamento deviante.
L’obiettivo è che il lettore creda alla persona prima ancora che al killer. Perché ciò che fa più paura – ricordatelo – è riconoscere nel male qualcosa di umano. E ridurre quel male a una diagnosi sarebbe un errore che farebbe perdere forza al thriller, oltre che a trasformarlo in un cliché narrativo.

Passiamo dunque al secondo pilastro: la scena del crimine.
Farò subito una premessa: la realtà è molto meno cinematografica.
Se si vuole scrivere un thriller credibile e realistico, bisogna allontanarsi il più possibile dagli stereotipi televisivi.
La prima regola che mi sento di condividere è questa: la scena del crimine è qualcosa da preservare. Pertanto viene delimitata da sigilli e da un perimetro oltre il quale non si può entrare. Non senza specifiche procedure e dispositivi in grado di non alterare la scena.
La polizia limita e registra accessi, mentre gli operatori indossano guanti, calzari e dispositivi di protezione per evitare contaminazioni. Solo dopo iniziano i rilievi e tutto si svolge secondo procedure e protocolli ben definiti.
La Polizia Scientifica documenta la scena attraverso fotografie, rilievi, repertazione delle tracce biologiche e degli oggetti presenti. E lo fa con metodo.
Il medico legale interviene per una prima valutazione del corpo, ma molto spesso questa prima valutazione genera più domande che risposte. Alcune arriveranno con l’autopsia, che prevede sempre un esame esterno, la repertazione delle tracce e un esame interno. Verranno eseguiti tamponi biologici, raccolta di capelli o peli, ricerca di fibre, terriccio, polvere da sparo. Saranno inoltre effettuate analisi di laboratorio e, quando necessario, radiografie. Alcuni risultati arriveranno in pochi giorni, altri richiederanno settimane.
Spesso questi aspetti, al cinema, vengono semplificati, o addirittura ignorati per esigenze di trama e per aumentare la spettacolarizzazione. Ma se si vuol scrivere un thriller realistico è fondamentale conoscere l’argomento.
Ci tengo a precisare che uno scrittore non deve conoscere ogni dettaglio tecnico. Ma di sicuro deve farsi un’idea generale e, con uno studio mirato, costruirsi una solida base.
Un’altra cosa con cui dovrete fare conti? Ore e ore di studio che spesso, in fase di scrittura, si tradurranno in due righe. Questo è normalissimo. Eppure saranno proprio quelle due righe a fare la differenza tra qualcosa di credibile e qualcosa di impossibile.
E ricordate: la medicina legale lavora per probabilità e convergenza di dati, non per intuizioni infallibili.
Veniamo quindi al terzo pilastro: l’indagine.
Ricordate: ogni dettaglio deve avere conseguenze.
Quando si costruiscono l’omicidio, la scena del crimine e l’autopsia, non bisogna concentrarsi solo sulle lesioni. Bisogna raccontare un percorso. I nostri detective non possono avere subito tutte le risposte. Dovranno confrontare dati, verificare ipotesi e cambiare idea quando necessario. Alcune piste si riveleranno giuste, altre sbagliate. È normale. Nessun investigatore o profiler è un indovino, e l’errore lo rende assolutamente credibile.
Ma torniamo all’indagine. Deve avere un ritmo, che andrà scandito in fase di progettazione. Come? Vi consiglio di identificare due o tre punti cardine. Vi serviranno per sapere qual è l’obiettivo del ciclo narrativo che state scrivendo.
Come si muovono i nostri detective? Inevitabilmente rispettando le tempistiche realistiche di cui abbiamo parlato sopra.
La parte investigativa segue regole precise. Non solo deve attendere i risultati dell’autopsia, ma, se si vuole verificare piste o ipotesi, a volte è necessario ottenere un mandato.
Molte serie televisive mostrano detective che entrano in una casa, sequestrano telefoni o consultano dati personali solo perché hanno un sospetto. Nella realtà non funziona così. Per effettuare una perquisizione, acquisire determinati documenti o ottenere specifici dati sono spesso necessari provvedimenti dell’autorità giudiziaria.
Esistono procedure, autorizzazioni e tempi che scandiscono il lavoro investigativo.
Questi passaggi possono sembrare meno spettacolari di un inseguimento, ma sono proprio quelli che rendono un’indagine davvero credibile.
Forse vi starete chiedendo: tutto questo non rende un thriller più lento? La risposta è no. Ma per mantenere ritmo e tensione narrativa i personaggi devono essere scritti in modo altrettanto credibile.

E siamo giunti al quarto e ultimo pilastro: le persone.
Un thriller può avere un killer credibile, un’indagine credibile e ben costruita, ma se il lettore non si affeziona alle persone che vivono quella storia, tutto rischia di diventare un esercizio di tecnica.
Per questo, quando progetto i miei personaggi, penso al ruolo che hanno nell’indagine e alle loro relazioni. Penso a chi amano, a chi hanno perso, con chi hanno litigato. Penso alle loro paure e ai loro desideri. In poche parole: cerco di farli esistere.
Un elemento per me imprescindibile sono le scelte. Ogni personaggio, prima o poi, dovrà affrontarne una. E non parlo soltanto di ciò che giusto o sbagliato. Parlò di verità e lealtà, di dovere e affetti. Perché sono queste decisioni che fanno cambiare davvero una persona e, quindi, un personaggio, pagina dopo pagina.
Nei miei thriller l’omicidio rappresenta un punto di inizio. Poi si rivela il pretesto per raccontare la natura umana.
In altre parole, il consiglio che vi do è di usare l’indagine non solo per scoprire il colpevole, ma anche per mostrare le relazioni.
Caricate i dialoghi di sottotesto e alternateli al silenzio, a un gesto. Fate in modo che il lettore non si ricordi del romanzo solo per il colpo di scena finale, ma anche per le persone che ha conosciuto lungo il cammino.
Il mondo che costruite deve essere credibile dall’inizio alla fine. Un antagonista deve sembrare una persona prima ancora che un assassino. Una scena del crimine deve rispettare la realtà. Un’indagine deve seguire tempi e procedure. E, in tutto questo, i personaggi devono accompagnare il lettore fino all’ultima pagina.
Il realismo nasce anche e, soprattutto, dalle emozioni.
Un thriller funziona davvero quando, una volta chiuso il libro, il lettore continua a farsi domande. Su chi ha ucciso. Su cosa avrebbe fatto al posto dei protagonisti. Perché, se questi sono scritti bene, anche l’attesa di un mandato può diventare un capitolo carico di suspense.
Il lettore deve vivere l’attesa insieme ai personaggi. Deve subirne i dubbi, le frustrazioni e i fallimenti.
Deve dimenticarsi di stare leggendo un romanzo. E, se chiusa l’ultima pagina, penserà: “Questa storia avrebbe potuto accadere davvero”, allora il lavoro avrà raggiunto il suo scopo.
Colgo l’occasione per affrontare un tema che oggi sembra un tabù: l’intelligenza artificiale.
È innegabile che, accanto a manuali, libri e ricerca sul web, ci sia anche lei: l’AI.
Il mio consiglio è di non usarla in sostituzione, ma come strumento integrativo. Può rivelarsi davvero utile per organizzare le informazioni, confrontare le ipotesi e individuare gli argomenti da approfondire.
Durante la fase di scrittura emergono continui dubbi e domande: che tipo di drink posso inserire? In che bicchiere viene servito? Questo modello di auto ha tre o cinque porte? Ha il display o no? In questa zona è plausibile trovare dei platani?
Possono sembrare dettagli insignificanti, ma chi scrive sa bene quanto anche i dubbi più semplici possono rallentare la fase di stesura. E, in questi casi, uno strumento come l’AI può dare risposte rapide, poi verificabili attraverso fonti attendibili.
La questione, quindi, non è se usarla o meno, ma come usarla. L’importante è che l’idea, il lavoro creativo e la scrittura restino dell’autore.
Giulia Fagiolini
Scrittrice, criminologa e infermiera professionista


