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Sara Benatti, in arte Aislinn, ama scrivere ascoltando rock e metal e ha una passione inesauribile per la lettura. Ha frequentato il Master per redattori in Editoria libraria della Fondazione Mondadori. È traduttrice e consulente per vari studi editoriali e case editrici. Alla Scuola Palomar di Rovigo è la responsabile del servizio di valutazione dattiloscritti e insegna al Master in Tecniche della narrazione.

Firmandosi come Aislinn, nel 2013 ha pubblicato con Fabbri Editori il suo primo romanzo urban fantasy Angelize; nel 2014 e uscita la seconda e ultima parte della storia, Angelize II. Lucifer.

1) Buongiorno Sara, parlaci un po’ di te, cosa fai nella vita. A proposito, perché ti fai chiamare Aislinn?

Buongiorno a tutti. Come Sara, lavoro in editoria: sono traduttrice dallʼinglese, consulente editoriale, editor, insegnante e responsabile del servizio valutazione dattiloscritti presso la Scuola Palomar di Mattia Signorini… insomma, mi occupo di parecchie cose! Ma è anche per questo che amo del mio lavoro, per la possibilità di variare, dedicarmi a progetti e attività differenti, affinare competenze di diverso tipo.

Come Aislinn, scrivo prevalentemente urban fantasy. Questo nome significa «sogno, visione» in gaelico e mi è sempre piaciuto molto, perciò lʼho scelto come pseudonimo; mi sembrava adatto a raccontare storie. Per il resto del tempo… combatto con la sciabola, vado ai concerti (beʼ… prima del lockdown, almeno), faccio da schiava a due gatti, vago per i boschi e colleziono viaggi ed esperienze strane.

2) Puoi raccontarci la tua esperienza come autrice? Quali soddisfazioni ti sta dando e quali lezioni hai imparato.

Scrivo dai tempi delle medie, e dopo essermi dedicata per un poʼ al fantasy classico – la classica gavetta che oggi riscriverei da zero! – sono passata allʼurban, perché lo sentivo più affine: mi permetteva di parlare del mondo intorno a me, della realtà così come la vedo, unendo però gli elementi fantastici e avventurosi che amo. Nel 2013 e 2014 ho pubblicato due romanzi con Fabbri Editori, Angelize e Angelize II. Lucifer, con i quali ho iniziato a esplorare un universo che si è poi ampliato con Né a Dio né al Diavolo e Melusina e con un terzo presto in arrivo, per Gainsworth Publishing. Ho pubblicato poi racconti in varie antologie, raccolti insieme ad altri inediti nellʼantologia scritta a quattro mani con Luca Tarenzi Terra senza cielo.

I libri fanno parte della mia vita da che ho memoria, come lettrice prima di tutto; quello che vorrei con le mie storie è emozionare il lettore come i libri che amo hanno emozionato me, e le soddisfazioni più grandi che ho avuto sono state proprio le parole di lettori che si sono affezionati ai miei romanzi e ai miei personaggi a tal punto da scrivermi, inviarmi disegni, fotografie e così via. Creare i personaggi è la parte che più amo della scrittura, e pensare che siano «vivi» anche per altre persone mi riempie di gioia.

Lezioni? Beʼ, la pazienza di continuare a migliorare un testo finché posso, e la tenacia di non gettare la spugna quando le cose non vanno per il meglio. Sono insegnamenti che porto con me anche nella vita, al di là della scrittura.

3) Sappiamo che ti occupi anche di servizi editoriali. Puoi entrare nel particolare?

Come detto, lavoro in diversi campi, con case editrici, agenzie letterarie e studi editoriali diversi, che sono i miei clienti più frequenti. Mi capita anche di lavorare per privati, però, quando autori più o meno agli inizi mi contattano per una valutazione o un editing. Credo possano essere esperienze formative, perché consentono un confronto proficuo con un occhio esterno allenato a valutare pregi e difetti di unʼopera; un confronto che risulta utile poi anche quando lʼautore inizia progetti nuovi. Non vanno però considerati un biglietto dʼingresso garantito nel mondo dellʼeditoria… una cosa del genere non esiste.

4) Nella tua carriera di autrice, editor e traduttrice hai qualche aneddoto da raccontarci? Divertente, irriverente o anche assurdo?

Il mio preferito riguarda un autore autopubblicato, a cui inviai una valutazione negativa. Quando, tempo dopo, lo invitai a un incontro con altri autori, in una libreria della sua città, rispose che «lʼunico scrittore che aveva bisogno di frequentare era lui stesso». Ecco, un atteggiamento di questo tipo è il peggiore che si possa avere; lʼumiltà, la voglia di guardarsi intorno e leggere bei libri, oltre a scriverli, sono ingredienti fondamentali per la crescita personale, e non solo come scrittori.

5) L’ultima domanda di rito: cosa consigli a chi vuole vivere di scrittura? Sia come autrice, sia come professionista dell’editoria.

Di essere realisti: gli scrittori che vivono solo dei loro libri sono pochissimi, e cercare di pubblicare con quellʼobiettivo in mente non è un buon modo per vivere con serenità la propria scrittura. Scrivere storie che appassionino voi stessi per primi, che dicano ciò che sentite di avere dentro, è ciò che vi permetterà di conservare la passione per quello che fate e la tenacia che serve a non arrendersi di fronte ai rifiuti – che arriveranno, è inevitabile, per mille motivi diversi.

Con la perseveranza continuerete a migliorarvi, con la perseveranza insisterete nel proporvi… finché uno dei vostri testi capiterà nelle mani giuste. Siate umili, educati nel presentarvi e inviare il vostro materiale. E siate precisi e ordinati: niente vi farà scartare più velocemente di un romanzo infarcito di refusi ed errori di grammatica.

Grazie, Sara, e alla prossima intervista!

Caro autore o autrice, finalmente il tuo romanzo ha una scaletta ben definita. Tutto fila, tutto torna. Poi, mentre scrivi, i personaggi iniziano a dialogare. Ebbene sì, parlano! E lo fanno quasi sembrassero autonomi: mentre tu scrivi, questi prendono vita da soli.

Ti e mai capitato? A me sì, centinaia di volte.

Eppure, a ben riflettere, i personaggi non vanno mai per conto loro. Sei tu, autore o autrice, che hai dato loro una fisionomia e un carattere, un vissuto, un contesto in cui operare, un incontro con questo o quel personaggio in una data ambientazione.

E, attenzione, regola fondamentale nella costruzione di buoni dialoghi: bisogna che l’autore si faccia da parte e, dopo aver costruito la scena e i personaggi, DEVE astenersi da usare le sue parole e il suo lessico. Quante volte ho letto dialoghi dove ogni personaggio parlava nello stesso identico modo degli altri? Questo non è possibile, non è naturale, non è realistico. E il lettore lo sente. Il problema è che l’autore o l’autrice è troppo presente in quella scena. Quindi: nel momento in cui ti accingi a scrivere un dialogo, fai un passo indietro, e lascia che i tuoi personaggi (così come li hai costruiti tu) prendano vita.

Diffida poi da quei dialoghi che ti vengono troppo facili, troppo veloci e di getto: 9 volte su 10 sei tu autore o autrice che ti stai parlando addosso, che stai facendo un dialogo infinito con te stesso o te stessa.

Ricorda, allora, come ti accingi a far dialogare i tuoi personaggi, che per rendere il loro parlato realistico e congruente bisogna, PRIMA, che gli stessi personaggi siano definiti molto, ma molto bene: le loro caratteristiche fisiche e psicologiche, il loro vissuto, il mondo in cui vivono, il rapporto con altri personaggi, l’emozione che ognuno di essi dovrebbe provare (e quindi trasmettere al lettore), nel momento stesso in cui aprono bocca e parlano.

Un ultimo consiglio: trova un amico o amica che, una volta finita la stesura del dialogo, ti aiuti ad alta voce a recitarlo. Leggete il dialogo e rispondetevi tra di voi, quindi registrate la vostra recitazione. Riascoltandola dopo, come arriva, com’è? Congruente, realistica, vera e viva, oppure monotona, un continuo sproloquio e noiosa?

Ti invito a provare e riprovare, perché saper scrivere bene è anche continuo esercizio. Buona scrittura e buoni dialoghi!

Ieri ho letto una storia che non conoscevo, e che mi ha commosso. La storia della poetessa bambina, Raffaella La Crociera.
La ragazzina, malata da tempo di una malattia rara per la quale i genitori avevano speso tutti i loro soldi in cerca di una cura, è nota per la sua ultima, semplice e meravigliosa poesia: Er Zinale, il grembiule dei bambini romani che vanno a scuola. Il suo grembiule, quello che non poteva più indossare.
Nel 1954, anno in cui Raffaella ha scritto la poesia, alluvioni devastanti hanno colpito la Costiera Amalfitana. Lei, sul letto, ha mandato alla Rai la sua Er Zinale, con una breve lettera d’accompagnamento: ‘Sono molto malata, i miei genitori non possono donare soldi, ma io vi dono questa mia poesia per contribuire’.
La storia ha commosso talmente tanto gli italiani che la poesia, messa all’asta, ha fruttato una somma altissima per l’epoca, destinata alle popolazioni in difficoltà. Raffaella ha ascoltato tutto alla radio e le sue lacrime – le ultime, visto che è morta poco dopo – sono state di gioia per aver donato un pezzetto della sua anima e avere, così, aiutato tanta gente.
La scrittura, nella sua forma più alta, ma non di tecnica, non di nomi blasonati e nemmeno di marchi editoriali conosciuti, è questo: donare la propria anima e ricevere l’energia del pensiero costruttivo e positivo, frutto di esperienza ed emozioni di chi scrive e chi legge. Lo scambio diventa un tesoro che, come nel caso di Er Zinale, è stato un aiuto monetario per tante persone. Auspico di leggere più spesso storie come questa, in cui la scrittura diventa arte con uno scopo, nel suo apice più bello.
Per chi volesse leggere la poesia di Raffaella La Crociera, ecco qui il testo integrale:
Er Zinale

Giranno distratta pe casa,

tra tanta robba sfusa,

ha trovato: ah! come er tempo vola,

er zinale de scola.

Nero, sguarcito,

Un pò vecchio e rattoppato,

è rimasto l’amico der tempo passato.

Lo guarda e come se gnente fusse

a quell’occhioni

spunteno li lucciconi,

e se rivede studente

allegra e sbarazzina

tanto grande, ma bambina.

Lo guarda e come un’eco risente

quelle voci sommesse: Presente!

Li singhiozzi, li pianti,

li mormorii fra li banchi,

e senti…senti…

pure li suggerimenti.

Tutto rivede e fra quer che resta,

c’è la cara sora maestra.

Sospira l’ècchese studente, perché sa

che a scola sua non ce potrà riannà.

Lei cià artri Professori, poverina.

Lei cià li Professori de medicina.

Da qualche anno, noto un proliferare di corsi di scrittura creativa anche qui in Italia. Fenomeno Made in USA, dove la scrittura professionale e creativa è un mestiere che si insegna anche all’università, qui da noi per la maggior parte (fatte le dovute eccezioni con una storia decennale alle spalle) simili scuole sono create per chi ha poco tempo, quindi con corsi sempre più snelli e veloci.

La professionalità dei docenti che tengono i corsi di scrittura creativa è spesso ottima, soprattutto nata sul campo, dopo anni di lavoro in redazioni e con centinaia di autori.
Di recente, un libro cerca di smontare le scuole di scrittura creativa, criticando chi insegna a omologare stili e scelte narrative, quasi che a vendere fossero sempre e solo certi modelli. Il che, da un lato, è vero: moltissimi editori hanno collane di successo, con un pubblico fidelizzato, che vuole quello e soltanto quello stile. Ma davvero insegnare tecniche uguali a loro stesse può chiamarsi creatività?
Ora, se un autore parte da zero, una buona scuola di scrittura gli insegna a studiare libri belli e anche libri brutti, a capire il motivo della differenza fra i due, a copiare tante tecniche. Può farlo anche da autodidatta, certo, ma ci vuole più tempo, i rischi sono di buttarsi in un’editoria dai contratti dubbi, fino a brancolare nel buio per quanto riguarda la promozione.
Quindi, io sono tra coloro che stra-consigliano le scuole di scrittura. Quel che critico, e qui mi allaccio al nuovo saggio che millanta la chiusura di tutte le scuole di scrittura creativa, è proprio nel termine ‘creatività’.
Si possono insegnare le tecniche, si può spiegare la differenza tra un libro bello e un libro brutto, si può insegnare a leggere e scrivere in un certo modo.
Ma nessuno può insegnarvi a essere creativi. Se per creatività si intende tirare fuori la propria identità di autore, la propria passione e il gusto per quel che si scrive. Far nascere le idee, ecco, questo non può insegnarlo nessuno.
Quindi, bene che ci siano sempre nuove scuole di scrittura ma, amici autori, lasciate che la vostra creatività emerga anche oltre la tecnica: sognate a occhi aperti nuove storie e nuove trame, magari mentre vi dedicate ad altro.
Io le mie storie le creo quando sono rilassata, oppure quando faccio azioni ripetitive, come guidare.
Perché la creatività non si insegna, ma è in ognuno di noi, nella nostra anima. Basta pigiare il tasto giusto della coscienza, e accedervi sarà più facile.
Buoni sogni, allora, e alla prossima trama che, se vorrete, leggerò insieme a voi.

Buongiorno, amici lettori e scrittori! In questa quarantena qualcuno di voi ha letto di più, altri hanno trovato il coraggio di finire il libro nel cassetto. Insomma, per qualcuno è stato un periodo di grande creatività.

Per me, mamma da due anni e mezzo, è stato anche un modo per comprare nuovi libri per bambini, che hanno quasi sempre un risvolto utile e di insegnamento. Adoro ad esempio il topolino che guarda nel pannolino dei suoi amichetti animali, per scoprire poi che la cacca si può fare anche nel vasino. Mio figlio lo adora! E ho puntato su libri da adulti di psicologi ed esperti di infanzia, così da farmi una cultura personale in merito.
I libri, quindi, hanno sia scopo di evasione, sia scopo didattico o, ancora, di consigli pratici. Ad esempio, lo stress accumulato da noi adulti, spesso, si può mitigare praticando sport, uscendo e facendo attività ludiche. Tra queste, molto divertente l’iniziativa dei libri illustrati per adulti, che invitano a colorare per farsi passare la rabbia. Ecco, la genialità del prodotto ha puntato anche su questa crisi coronavirus: è uscito un nuovo albo da colorare per adulti, che invoglia a sfogarsi a male parole contro tutti e nessuno. Sempre con ironia.
E per voi, amici, quale scopo ha un libro che vi piace? Cosa cercate nelle vostre letture? Fatemi sapere e alla prossima!

Il “buon” vicinato, si sa, è cosa rara. Da che ho memoria, le riunioni di condominio sono delle faide infinite, tra co-residenti di uno stesso edificio. E, nelle città italiane, sono spesso chiassose, dato che i palazzi sono giganteschi formicai. Di rado ho assistito a riunioni pacifiche, di rado ho incontrato vicini piacevoli e, in un solo caso, amici. Ma… c’è un ma.

Il lockdown, la chiusura forzata dovuta al Covid-19, per ridurre il contagio da coronavirus, sta obbligandoci a riscoprire il vicinato. Stavolta, buono per davvero.

Sì, perché se soltanto due mesi fa non sapevo nemmeno come si chiamasse il mio dirimpettaio, lo salutavo per educazione in quelle rare volte in cui ci incrociavamo (dati i ritmi serrati della vita quotidiana), adesso invece mi sono riscoperta una gran chiacchierona.

E, sembra, che le chiacchierate dal balcone stanno diventando sempre più diffuse, in un’Italia ancora persa nell’incertezza del futuro. Si vive nel presente, nelle proprie case, si riscoprono vecchi e nuovi rapporti, ci si parla per davvero, sebbene a uno o due piani di altezza diversa, invece che tramite smartphone.

Il che è arrivato alle orecchie di molti autori ed editori, tanto che si stanno diffondendo moltissimi “racconti dal balcone”, anche di autori affermati. Un modo per fare narrativa che spiega come le storie, forse le più vere, vengono dal proprio vissuto quotidiano: inutile cercare una trama chissà dove, lontano nel mondo, quando basta soltanto aprire una finestra.

I diritti d’autore, in moltissimi casi, sono anche devoluti in beneficienza, il che mostra come la scrittura, oltre a essere terapeutica e un passatempo, può anche essere davvero utile.

Quindi, come sempre, buona lettura e… buone chiacchierate dal balcone, anche nei prossimi mesi perché, certe volte, un vicino può essere anche un “buon” amico.

Buongiorno, amici scrittori, lettori e colleghi editori. Spesso, mi trovo a rispondere allo stesso modo a domande molto simili tra loro, da parte di autori emergenti o anche professionisti, che non hanno ancora mai lavorato insieme a un’agenzia letteraria o ad un agente letterario. Per questo, ecco qui 10 domande FAQ e 10 risposte!

NB: Non potrò essere del tutto esaustiva, in questo sito web avete i miei contatti e potete chiamarmi o scrivermi una mail, per avere ulteriori chiarimenti.

1) Se acquisto una valutazione tecnica, oppure un editing, o qualunque altro servizio di agenzia, la rappresentanza è poi inclusa, certa e automatica?

Purtroppo, no. La rappresentanza scatta quando un manoscritto non solo è di buona oppure ottima qualità tecnica, ma anche quando l’autore ci mette impegno e fa proposte di promozione, o ha un curriculum interessante e, infine, soprattutto se il testo presentato è commerciale, attuale e spendibile sul mercato.

2) Cos’è la rappresentanza?

Un servizio di intermediazione: l’agente letterario fa da tramite tra l’interesse dell’autore (ottenere la miglior pubblicazione possibile, con un buon marchio editoriale e pagata bene) e l’interesse dell’editore (pubblicare testi spendibili sul mercato, con autori che amano collaborare attivamente).

3) Se mi rappresenti tu, poi sarò pubblicato?

Non è detto. O meglio, le possibilità di essere pubblicati (e bene), attraverso un’agenzia letteraria che offre consulenza tecnica, aumentano moltissimo. Migliora anche la consapevolezza dell’autore nei confronti del contratto editoriale che sta per firmare.

I vantaggi sono indubbi, soltanto che la certezza di arrivare alla pubblicazione non si può dare: le spese di pubblicazione sono appannaggio dell’editore, che investe di tasca sua. Nessun agente può mettere le mani in tasca a nessun editore, per costringerlo a pubblicare. Bisogna invece “convincere” l’editore, in un rapporto di fiducia, per “vincere insieme”.

4) Puoi dirmi gli editori ai quali mi presenterai, anche senza aver valutato il mio manoscritto?

Magari, sarebbe bello saperlo a scatola chiusa! La scelta degli editori è uno studio tecnico e commerciale notevole.

Dapprima bisogna conoscere bene ciò che si rappresenta, il manoscritto, quindi conoscere anche il catalogo di quell’editore, avere modo di parlarci per capirne le tendenze, studiare l’attuale mercato. È un’analisi commerciale e di prodotto molto complessa, che va ponderata per bene.

5) Cos’è una valutazione tecnica?

La valutazione tecnica è un’analisi di stile e intreccio, contenuti e personaggi, ritmo e congruenza, dialoghi e lessico. La valutazione è anche commerciale: che vendite nell’attuale mercato potrebbe avere il romanzo? Si può posizionare su quale scaffale e perché?

Il tutto viene scritto su una scheda molto analitica, con consigli e suggerimenti pratici. Sta poi all’autore sistemare il romanzo, così che eventuali difetti riscontrati siano tolti.

6) Come funziona la rappresentanza a percentuale?

Se il romanzo è buono e commerciale, l’agente letterario può offrire la rappresentanza.

Di solito, questa è a percentuale sulle vendite del libro pubblicato, in pratica l’agente prende una percentuale sui diritti d’autore/royalties (che vengono dati dall’editore sia come anticipi – non sempre -, sia come pagamento sul venduto).

7) E non si può andare subito in rappresentanza, senza per forza dover passare per la valutazione tecnica?

I casi in cui decido di andare subito in rappresentanza a percentuale sono pochissimi, forse uno o due all’anno. Perché l’autore ha già lavorato con me e c’è un rapporto professionale di fiducia; perché il curriculum è davvero ottimo; perché l’idea è richiestissima, attuale e vincente.

Il motivo per cui faccio PRIMA una valutazione tecnica è presto detto: soltanto 1 manoscritto su 100 che leggo (anzi, forse anche meno) può davvero andare in rappresentanza e sperare di vendere qualcosa, in questo mercato saturo!

8) Io non posso e non voglio spendere nulla. C’è comunque modo di collaborare? Sento che il mio romanzo può davvero funzionare!

Certo, c’è il servizio di valutazione gratuita: presentami un progetto, l’idea dietro al tuo manoscritto; la sinossi, la struttura e quello che vuoi comunicare. Mandami la tua biografia, fammi davvero capire chi sei e quanto vali, quali sono le tue passioni e di cosa ti occupi. Mandami UN SOLO capitolo in valutazione, quello che secondo te è il più rappresentativo del tuo manoscritto.

E poi sentiamoci, parliamoci, se possibile incontriamoci anche. Un caffè e una chiacchierata non si negano a nessuno. Se mi convinci, io senz’altro leggerò gratis questo materiale fornito (progetto, sinossi, biografia e un solo capitolo a scelta) e potrò già farmi un’idea.

9) Io non ho bisogno di un agente letterario, io posso cercare l’editore da solo.

Certo che puoi. Molti autori emergenti hanno trovato da soli l’editore giusto per loro, qualcuno ha anche pubblicato con marchi noti e commerciali. È possibile!

Non tutti hanno però tempo o modo o voglia di farlo, oppure dopo mesi e mesi di ricerche, non ricevono risposta, le mail tornano indietro, le redazioni non rispondono, o rispondono solo quelle a pagamento… l’agente letterario o l’agenzia letteraria possono bypassare questa lentezza burocratica e far leggere in meno tempo il manoscritto, alla persona giusta, sapendo che presentano solo testi già puliti e corretti, di buona o anche ottima qualità. E sanno riconoscere un contratto editoriale ben fatto da uno di “dubbia” qualità.

10) Ti occupi anche di promozione? Io ho già pubblicato il libro, ma non so come muovermi…

Certo! Per gli autori di agenzia lo facciamo di default, compreso nella rappresentanza; offriamo servizi anche per autori che non hanno mai lavorato prima con noi.

L’agenzia letteraria organizza eventi, firmacopie, presentazioni presso grandi fiere dell’editoria, in tutta Italia, festival di letteratura. Collabora anche con associazioni culturali e luoghi di cultura, dove è possibile vendere direttamente i libri. Abbiamo una risorsa che collabora con scuole e università, oltre che con blog, uffici stampa e testate giornalistiche radio, tv, online, carta stampata. Insomma, la promozione è a tutto tondo.

Se cerchi ulteriori informazioni, buona navigazione sul mio sito web e sul mio blog!

Quanti autori ho conosciuto, in quasi 15 anni di onorato servizio in Editoria, che si perdevano nei meandri delle belle parole, nelle proprie incertezze. Quanti innamorati dei dettagli, che però perdevano di vista l’obiettivo di chiudere il manoscritto per tempo, così da consentire all’editore di farlo uscire per questa o quell’altra fiera di settore.

Tanti, troppi, oserei dire.

Uno degli errori che più fanno gli autori in erba – certe volte capita anche ai professionisti più narcisisti – è proprio quello di innamorarsi delle proprie parole, dei dettagli, persino delle virgole che hanno messo su carta. Passano ore e ore a rileggere i paragrafi o i capitoli precedenti. E altrettante ore le perdono a riscrivere quanto già è messo nero su bianco, invece di procedere e arrivare a “mettere la parola fine”.

Questo succede persino quando il manoscritto è finito, l’editore ha eseguito l’editing (a fatica, con dure lotte tra editor e autore), e quando il file è impaginato dai grafici. Tantissime volte, infatti, ho visto impaginati consegnati all’autore per la consueta verifica delle bozze tornare indietro alla redazione con interi brani stravolti, riscritti, rielaborati. Dicendo peraltro la stessa cosa, ma in modo diverso, “più bello”.

Il che, al di là degli anatemi lanciati dagli editor e dai grafici all’autore, crea non pochi problemi. Di tempo e di denaro, di lungaggini infinite e discussioni malsane. Finché, l’editore si impunta e decide di rimandare l’uscita del romanzo “a data da destinarsi”, oppure rescinde il contratto.
Chi di voi, autori che mi segue, ha mai fatto l’errore di innamorarsi delle proprie parole, così tanto, da cambiarle di continuo? Ebbene, sappiate che non è per nulla proficuo.

Cosa fare, dunque? È bene avere una scaletta in testa o scritta, darsi dei tempi di scrittura, sia giornalieri, sia generali (es. quanto voglio impiegarci per scrivere questo libro?), quindi scrivere TUTTO, dalla prima all’ultima parola, e rileggere soltanto quando si è davvero finito di scrivere. E poi, affidarsi a tecnici, editor o agenti letterari, beta reader amici e professionali, lasciarsi guidare. Così, il romanzo sarà davvero pubblicato e sarà pronto a “lasciare il nido”, la mente e il cuore dello scrittore, per affrontare il mercato. Proprio come ogni bimbo, alla fine, fa: anche l’autore deve prima o poi tagliare il cordone ombelicale col suo manoscritto e lasciare che diventi libro e si confronti col pubblico, per tornare indietro sotto forma di acquisti e recensioni, come esperienza acquisita. Fino alla prossima idea da mettere su carta.

Buona scrittura!

Leggere non è essenziale alla salute. Alla salute mentale e psichica senz’altro, ma non a quella corporea, così sotto pressione.
Quindi, chiuse le librerie, fiere editoriali internazionali rinviate a data da destinarsi, Amazon che spedisce beni di prima necessità e lascia i libri in magazzino.
Il che si traduce in aziende che richiedono la cassa integrazione, in un 25% in meno di novità prodotte sul mercato 2020, con conseguente minor incasso per la filiera del libro tutta (editor e agenti letterari, uffici stampa, librerie di catena e indipendenti, tipografie, grafici, social media manager, illustratori, traduttori…).
Qualcosa di buono, in questo scenario apocalittico, voglio trovarlo. Intanto, le consegne a domicilio sono consentite, sia per food, sia per i libri. Agli italiani a casa gli editori e i librai stanno spedendo direttamente i volumi che richiedono: abbiamo una connessione, sfruttiamola anche per scaricare eBook, oppure per ordinare dai siti web delle librerie e degli editori.
Si moltiplicano le iniziative di lettura online, da parte di gruppi social attivi.
Nel marasma dell’eccesso di produzione (60mila nuovi titoli all’anno sono una follia!), un taglio alle novità in uscita può soltanto fare bene, in un sistema di distribuzione e resi al collasso, questo stop forzato ci voleva.
Mai come oggi ho visto solidarietà tra colleghi, tra associazioni di settore. Queste ultime, non me ne vogliano, finalmente stanno sollevando un polverone, nell’ambito editoriale, perché la categoria venga ascoltata e sostenuta dal Governo.
Molti cadranno, altri soffriranno, altri ne usciranno vincitori. La differenza la farà, come sempre la Storia insegna, chi sa incassare bene e mantiene fisso il proposito: fornire al pubblico libri con un motivo di essere, con uno scopo, tornare a fare Cultura con la C maiuscola, perché torni a essere essenziale e di prima necessità, soprattutto quando le persone sono spaesate. Un libro può donare sicurezza e rasserenare, e di questo ce n’è sempre tanto bisogno.
Buona lettura (da casa) a tutti!

Molti autori spesso mi contattano con un sogno: vogliono “vivere” di scrittura. Ovvero, guadagnare, attraverso quel che scrivono, abbastanza tanto da pagare i conti, le bollette, il mutuo…

Ebbene, conosco vari professionisti che, tra alti e bassi, gioie e dolori, vivono oggi di scrittura. Scrivono anche libri, senz’altro, ma più spesso sono specializzati in scrittura tecnica (giornalisti, recensori, critici, sceneggiatori).

Per questo, oggi lascio la parola al mio amico e collega di penna Jack B. Roland (pseudonimo di Giacomo Berdini), che scrive e lavora per tv e cinema.

Ciao Giacomo, parlaci un po’ di te…

Innanzitutto, grazie per avermi coinvolto. Ho quasi 35 anni, vivo a Milano e ho due gatti. Da circa dieci anni, lavoro come autore e sceneggiatore per televisione, commercials e cinema. Tra i lavori più importanti ci sono Serie Tv internazionali prodotte da Disney e DeAgostini, per cui ho scritto e spesso seguito sul set la lavorazione di progetti come “Alex & Co.”, “Penny on Mars”, “New School”. Nell’ultimo anno, ho messo in cantiere una serie Fantasy sviluppata per Cross Production, ma è ancora presto per parlarne… al momento, incrociamo tutti le dita nella speranza che si parta al più presto con la scrittura.

Come sei entrato nel mondo della sceneggiatura?

Direi con tanta passione, impegno e un po’ di fortuna. La realtà è che non lo so con precisione; scrivo da quando sono piccolo. Il primo romanzo è capitato quasi per caso, a 16 anni. Poi, dopo la laurea in Storia, ho iniziato come giornalista, ma ho capito subito che non era la mia strada. Mi sono licenziato dalla testata in cui lavoravo e ho vinto una borsa di studio per studiare Sceneggiatura a Roma. Mentre ancora frequentavo i corsi, ho ottenuto un primo ingaggio a Milano, come stagista in un canale Sky. Da lì, tra alti e bassi, ho lavorato a tutto quello che mi è capitato a tiro. Poi, nel 2014, il film “Solo per il Weekend”, nato dalla tenacia mia e, soprattutto, del regista (Gianfranco Gaioni) ha aperto un po’ di porte, ma è comunque un ambiente in cui bisogna sempre dare il meglio e cercare di farsi notare, mantenere buoni contatti con le persone con cui lavori bene. A volte, i progetti hanno successo e le collaborazioni proseguono per anni, altre ci si perde per strada o si fanno dei fiaschi. L’importante è rialzarsi sempre e rimettersi in gioco.

Comunque, giusto per sfatare miti, non avevo conoscenze importanti, né parenti d’arte, né ho mai avuto raccomandazioni.

Hai qualche aneddoto, tipico del tuo campo, che vuoi raccontarci?

Aneddoti che definirei “tipici” no. È un ambiente che può sembrare fatto di magia e lustrini da fuori, ma non è così, una volta che si è dentro. Spesso c’è molta tensione, fatica, incertezza, frustrazione, ma non lo cambierei per nulla al mondo. Per me è il mestiere più bello, proprio perché io ho sempre scritto e avrei scritto comunque, in ogni caso, in un modo o nell’altro.

Cosa consigli a chi vuole intraprendere il tuo mestiere?

Non improvvisatevi. Studiate. Imparate i metodi e la struttura. Scrivete tanto, ma leggete di più. “Vivisezionate” i film che amate, perché la sceneggiatura ha una componente di architettura e di equilibrio che definirei più tecnica che artistica. Se non volete credere a me leggete “Save the Cat”.

Comunque, il consiglio più importante che darei è: non affezionatevi alle vostre idee. Siate pronti a buttare via tutto e ricominciare da capo, imparate a lavorare con gli altri, perché la vera creatività si trova nella sinergia della writers’ room, assieme ad altri autori.

Lo sceneggiatore non è un intellettuale solitario che sta sveglio la notte davanti al pc a macinare parole su parole. Si lavora in team. Prima di affrontare la pagina bianca, è importante avere un progetto chiaro e solido di quello che si deve scrivere, un percorso da seguire. L’ideazione è più importante della scrittura in sé. Perciò, non abbiate fretta di “buttare giù”; scrivere una buona sceneggiatura è come costruire una casa. Ogni parola è un mattone e, senza un progetto che funzioni… vi assicuro che la casa crolla.

 

Quindi, studiate, scrivete e riscrivete, e confrontatevi con chi ne sa più di voi. Così, la scrittura potrà diventare un giorno il vostro lavoro. Alla prossima!