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“Voglio che la mia storia sia ricordata!”, mi dice un autore. “Voglio che i miei personaggi diventino memorabili”, mi dice un altro. Sono tutti desideri comprensibili, soprattutto per scrittori emergenti alle prime armi. Anzi, credo che siano anche desideri più “evoluti” di quelli espressi da altri autori, che invece chiedono di essere ricordati loro stessi come “scrittori famosi”, senza però conoscere il processo e le fatiche che portano alla fama. Dunque, in questo articolo voglio darvi dei consigli per “portare alla vita” i migliori personaggi che riuscite a descrivere, e a far vivere nelle vostre pagine.

Le qualità del protagonista

Devono essere umane, anche in generi “surreali” quali l’horror o il fantasy. Ovvero, bisogna dare spennellate ben fatte di vizi e virtù, di difetti e atteggiamenti e stati confusionari tipici dell’essere umano. Anche il nostro protagonista, anche nel caso in cui aspiri al ruolo di “eroe senza macchia e senza paura” dovrà infatti essere umano, avere dei glitch nel comportamento, dei tic o anche solo dei pensieri negativi, una o più giornate “no”. In questo modo, attirerà l’interesse del pubblico, proprio perché imperfetto e “umano”. Questi difetti, inoltre, consentono al lettore di identificarsi persino in un eroe, ovvero in colui o colei che compie azioni fuori dal comune.

Personaggi “normali”

D’altro canto, in letteratura (mi viene in mente, ad esempio, quella russa) esistono miriadi di personaggi memorabili che sono normali, per nulla eccezionali, mediocri, ma che tuttavia vivono situazioni fuori dal comune: Renzo e Lucia, ad esempio, sono ragazzi tipici del loro tempo, eppure la storia costruita da Manzoni è eccezionale, unica. PS. Ammetto di amare di più i personaggi antagonisti o “cattivi” de I promessi sposi, a mio avviso più di spessore. E come non ricordare, ad esempio, il personaggio kafkiano “uomo medio”, comunissimo che, però, si sveglia trasformato in uno scarafaggio? Ecco, questo è quanto sto cercando di dire: anche il banale può diventare memorabile, nel giusto contesto narrativo.

Gli antagonisti

Spesso, succede che ricordiamo di grandi storie lette o viste o ascoltate i personaggi “cattivi”, gli antagonisti. Anzi, questi sono così eccezionali, da eclissare quasi del tutto il protagonista vero e proprio: basti pensare a Dracula, che non è il protagonista narrante, ma è il cattivo affascinante per eccellenza, eppure quasi nessuno si ricorda di Jonathan Harker, mentre Dracula è un nome che, per antonomasia, identifica il vampiro o una persona malvagia e, al contempo, dotata di un carisma immortale.

Un ultimo consiglio

Per creare il tuo protagonista o personaggio memorabile: sfrutta le tue passioni. Ad esempio, se ami l’equitazione, fai un modo che qualcuno nel tuo racconto sappia andare a cavallo, anche se lo mostra una sola volta; in questo modo il personaggio da te creato risulterà più “vero” e avvincente. D’altronde, imbarcarti in una storia di astrofisica può essere interessante, se sai di cosa stai parlando, oppure può risultare “forzata”, per non dire altro, nel caso in cui – come me – tu non capisca nulla di astrofisica!

Infine, ecco un suggerimento di lettura: tra gli autori classici, alcuni dei personaggi che più ricordo sono quelli descritti da Robert Louis Stevenson, divertiti anche tu a leggere o rileggere questo grande classico.

Buona lettura e, come sempre, buona scrittura!

Ci vediamo dal 5 al 10 dicembre a Più Libri Più Liberi, la fiera dell’editoria di Roma – Nuvola di Fuksas EUR

Buongiorno, amici lettori e scrittori, colleghi editori.

Dopo la Buchmesse di Francoforte, lo scambio di diritti degli autori rappresentati da agente letterario prosegue con la fiera dell’editoria di Roma, Più libri più liberi, dentro la suggestiva location della “Nuvola” di Fuksas, all’Eur. Segnate le date sul calendario: dal 5 al 10 dicembre.

Agente letterario sarà spesso presente allo stand “F64 Astro edizioni”, ma anche al rights center per discutere dei titoli in rappresentanza. Abbiamo in cantiere un romanzo storico ambientato nella ex Jugoslavia, un saggio sul cognome delle donne, un’opera di genere fantasy e dei titoli per bambini.

Non stiamo più nella pelle!

Come funziona la rappresentanza

L’agente letterario è un tramite tra gli interessi dell’Autore e quelli dell’Editore. Così come fa l’agente immobiliare, propone i titoli in cui crede di più, che secondo le recenti statistiche di vendita hanno più potenzialità di mercato, e che siano scritti meglio.

Dal lato dell’Autore, il sogno è quello di “vedere il proprio libro sugli scaffali della libreria”, oppure di “pubblicare con un grande editore”. Dal lato dell’Editore, l’obiettivo è pubblicare libri che vendano bene e che siano di qualità, con autori interessati a gestire anche la fase promozionale. L’Agente, dal canto suo, guadagna una percentuale sulle vendite; quindi, è anche suo interesse proporre i titoli che possano arrivar a un vasto pubblico.

La consulenza di Agente letterario è anche legale: l’Autore deve sapere, rigo per rigo, cosa va a firmare e le clausole nascoste sono ovunque. L’Agente è una tutela, in questo senso.

La fiducia tra Autore – Agente – Editore è essenziale, tanto che spesso si stringono anche amicizie, a furia di parlare di bei libri!

Offerta Black Friday e Natale 2023 – Sconto -30%!!!

Per questo, agente letterario seleziona solo i migliori manoscritti, previa valutazione tecnica e analisi approfondita sia della qualità stilistica del testo, sia commerciale.

Se volete entrare in squadra, e pubblicare al meglio delle vostre possibilità, allora acquistate entro il 10 dicembre 2023 un servizio di valutazione tecnica, e avrete diritto SOLO PER I PRIMI 5 AUTORI ADERENTI a uno sconto del -30!

Per aderire, basta inviare il proprio manoscritto completo di sinossi e biografia autore (tutto in formato Word), scrivendo tramite la form alla pagina CONTATTI del sito.

Buona fortuna e, come sempre, buona lettura.

Si sa, la prima volta non sempre è la più bella. Emozionante, che genera trepida attesa e imbarazzo, ma non è detto che sia la “migliore”. Ci vuole esperienza, come per tutte le cose meravigliose che possono accaderci.

E agente letterario ha avuto questa “prima volta” alla fiera del libro più grande del mondo, la Buchmesse di Francoforte dove, forte di un nostro stand per lo scambio di diritti – in collaborazione con la casa editrice Astro edizioni – abbiamo ascoltato, abbiamo parlato, abbiamo appreso con gli occhi e persino mangiato tante caramelle e gustato un’ottima birra tedesca e l’immancabile cioccolato, presenti pressoché ovunque.

La bellezza dei libri era nella loro esposizione, negli stand di editori mondiali (Penguin Random House, Gallimard, Harper Collins… ecc.) così come nei più piccoli stand di case editrici e persino di autori che promuovevano i loro titoli autoprodotti. Sì, perché in Germania l’autopubblicazione è una cosa seria: gli autori self publishers assumono editor, grafici, illustratori, stampano su ottima carta e “si alleano” in gruppo per esporre alla Buchmesse. Tanto di cappello a questi autori, imprenditori seri di loro stessi.

Cosa è emerso? Tantissime informazioni che è difficile riassumere in un unico articolo. Ecco qui un elenco non esaustivo di quanto abbiamo potuto osservare e toccare con mano, in attesa di studiare gli 800 e passa cataloghi e biglietti da visita degli espositori e degli agenti presenti.

1) Pubblicare all’estero

Le speranze di un autore di pubblicare all’estero sono realistiche: si può sempre optare per un translation fund, un fondo per le traduzioni in svariati paesi europei, magari senza aspettative di guadagni altissimi, ma se non altro si ha la possibilità di trovare editori disposti a pubblicare titoli stranieri e di tradurli a loro spese. Si può fare!

2) Dal libro al film

Sperare di finire in una produzione tv o serie o cinema, invece, non è realistica: i contatti che agente letterario ha preso tra i produttori di fiction sono reali, le necessità di questi professionisti di trovare buone storie sono altrettanto reali, un po’ meno che il proprio libro sia effettivamente sceneggiato e poi prodotto e poi distribuito. Troppo complesso.

3) I generi bestseller

I generi letterari più richiesti sono sempre i soliti: dai libri illustrati per bambini cartonati a colori (sia fiction, sia non fiction), fino ai prodotti giocabili con scatole e carte da gioco; si passa poi al romance con elementi storici, allo young adult o new adult, narrativa impegnata, gialli e thriller. Poca la scelta per i bambini middle grade (scuole medie), fantasy e fantascienza (sebbene sia possibile anche in questi generi di nicchia trovare partner in alcune nazioni europee, ad esempio).

4) Lo scambio di diritti

Gli scambi di diritti “seri” si possono gestire solo tramite un agente letterario che acquisti un tavolo per la vendita: girare la fiera come autore, acquistare uno stand espositivo, provare a proporsi alla cieca non è sufficiente. Le trattative economiche vere si fanno al terzo piano di un grattacielo, al centro della City direzionale di Francoforte e il tavolo di agenzia si paga (tanto) e i posti sono limitati. Gli autori, selezionatissimi.

5) I tempi del lavoro di agenzia

Durante la fiera, a meno di non avere un grosso titolo per le mani, è difficile vendere sul serio e firmare, lì per lì, contratti per traduzioni e pubblicazioni. È più un’occasione per conoscere il mercato dell’anno successivo alla fiera, incontrare di persona nuove realtà e professionisti, prednere contatti. Ci vogliono svariati mesi prima e dopo la fiera per scrivere e-mail, telefonare, confrontarsi, proporre e suggerire. Ci vuole pazienza!

Sfiniti, ma contenti e soddisfatti, noi di agente letterario siamo già al lavoro con la nostra agenda, a rimpolpare i già numerosi contatti in nostro possesso, a buttare giù idee e proposte e, carichi come non mai, a iniziare un secondo e poi terzo giro di e-mail e telefonate. Chissà che, alla prossima Buchmesse di Francoforte, il prossimo libro rappresentato da agente letterario non sia proprio il tuo… per scoprirlo, proponimelo in valutazione e in bocca al lupo!

Come si scrive la biografia da presentare a un editore o ad un agente letterario? Come fare in modo di sembrare un “personaggio”, quando sappiamo già di non avere un curriculum letterario degno di nota? Come posso risultare “interessante”, se nella vita non faccio nulla (o quasi)?

Queste sono solo alcune delle domande che, come agente letterario, sento ogni giorno da parte degli autori che mi sottopongono un manoscritto o che acquistano una valutazione tecnica.

Da un lato, penso subito: se non sai dare valore a te stesso o te stessa, se non sai “venderti”, come pensi di catturare l’attenzione di un editore che, in quanto proprietario di un’azienda che deve fatturare, vuole “vendere”?

Dall’altro lato, mi rendo conto che non tutti gli autori sanno “vendersi” bene, e questo articolo ti servirà per iniziare a farlo, a partire proprio dalla tua biografia, ovvero da “chi sei” e “cosa fai”.

Scrivere una biografia: i miei consigli

Ecco, dunque, come si scrive la biografia dell’autore, per catturare l’attenzione e, alla fine, venire selezionati per la valutazione del proprio manoscritto.

1. Evita di scrivere la tua data di nascita

A meno che tu non sia pluricentenario, o molto, molto giovane (es. 12 anni!), non ha senso. Fa scalpore una persona che scrive e si mette in gioco da anziana, oppure davvero da ragazzina. Soprattutto, l’editore non cerca il tuo codice fiscale o la tua carta d’identità, quindi se sei nato/a nel 1981 in quel di Torino, non è un’informazione necessaria, anzi manda in sovraccarico il lettore.

2. Scrivi del tuo lavoro

Qualunque lavoro esso sia, è importante. Intanto perché l’hai scelto e ti qualifica, oppure – se non è il lavoro dei tuoi sogni e ne stai cercando un altro – dillo lo stesso. Lavorare ti consente di inserirti in una cerchia di contatti più o meno vasta; quindi, qualcuno che leggerà il tuo libro (in teoria) esiste ancora prima che venga pubblicato! Se poi il tuo lavoro ti appaga e sei felice, ancora meglio: un autore sereno e fiero di sé trasmetterà questo anche durate le presentazioni dal vivo.

3. Descrivi i tuoi hobby e interessi

Purché sia una biografia breve (massimo mezza pagina Word!), sapere che ami lo sport (quale e perché?), che fai volontariato, oppure che ami viaggiare fa di te una persona ricca di cose da dire, di emozioni da donare e questo, 9 volte su 10, rende anche la tua scrittura più bella.

4. Scrivi una bibliografia corretta delle tue pubblicazioni precedenti

Se hai già pubblicato qualcosa, per cortesia, usa la giusta bibliografia, che è quella del sistema standard di archiviazione (vedi il sito ISBN o quello delle Biblioteche centrali, per intenderci). Quindi, Titolo (in corsivo), Anno di pubblicazione, Editore. Questo farà di te un autore o autrice più professionale, piuttosto che un semplice dilettante!

5. Parla della tua famiglia

Se hai dei figli, un matrimonio (o anche più di uno) alle spalle, cani e gatti, questo ti caratterizza come persona. Dillo, in una riga, ma dillo! È molto diverso sapere che sei un padre o una madre, oppure sapere che non vuoi avere figli. Queste sono scelte che cambiano la tua personalità, nel profondo, quindi è bene rivelarlo.

6. Metti i link ai tuoi profili social e siti web

Vuoi fare lo scrittore, vuoi pubblicare. Vuoi che quel che scrivi sia reso “pubblico”. Ebbene, oggi, il pubblico è online: se non hai un profilo social o più pagine, gruppi e profili, magari anche un sito web aggiornato, non sei un autore professionale. Oggi, più che mai, l’autore (o il suo alter ego / pseudonimo) deve metterci la faccia ed essere presente online.

7. Spiega come intendi promuovere il tuo libro

Sempre usando poche parole, fai capire che sai che dovrai muoverti, per far conoscere te stesso e il tuo libro. Cosa pensi di fare? Chi pensi di contattare? Presso quali associazioni, enti, locali, pro loco ecc. vuoi muoverti? Cosa hai in mente, per farti conoscere?

8. Dichiara il tuo disagio

Se soffri di una patologia, o hai un disagio psichico, fallo sapere in modo ironico oppure in modo diretto, ma mai superficiale. Ho lavorato con alcuni autori che hanno dichiarato esplicitamente di soffrire di disturbo bipolare; ebbene, hanno pubblicato e venduto, perché si sono esposti e hanno trovato il modo di parlare anche di questo lato di loro stessi, perché è sempre possibile raggiungere i propri obiettivi.

9. Dichiara il tuo pregio

D’altro canto, se hai una super-vista, oppure una dote fisica o psichica particolare – soprattutto se accertata e non inventata! –, anche questo è un aspetto della tua personalità che ti fa distinguere dalla media delle persone. Racconta perché e come la gestisci!

10. Usa uno stile personale

Qualche autore è molto ironico, o autoironico: allora, è bene che scriva la sua biografia in questo modo, così arriverà più diretta al lettore professionista. Qualcun altro viene dalla burocrazia e passa ore col naso nei libri più complessi: se è nelle sue corde, che usi uno stile più formale e autorevole. Insomma, anche lo stile con cui ti descrivi fa la differenza!

Come può aiutarti un agente letterario?

Bene, con una biografia che rispetti questi dieci punti (o la maggior parte di essi), scritta in italiano corretto e fluido, hai catturato l’attenzione. Ti sei presentato sia come persona, sia come professionista e hai dato di te degli elementi in più per valutarti come autore. Ora, se vuoi, puoi sottopormi la tua biografia, inviandola per e-mail tramite la form CONTATTI sul sito web: www.agenteletterario.it. Ti aiuterò a renderla più professionale!

E, come sempre, buona lettura e buona scrittura!

Amici autori e colleghi editori, oggi voglio presentarvi un editore che stimo molto, fondatore del marchio Acheron Books, che pubblica fantasy italiano e di cui ho a casa svariati titoli di autori emergenti e non (in un caso, persino di un autore nazionale bestseller, Livio Gambarini, oggi pubblicato anche da Piemme, del gruppo Mondadori). A dimostrazione del fatto che, talvolta, per pubblicare con editori Big, si può passare anche da editori “small”, ma che sanno davvero muoversi bene.

La verve di Mauro e del suo staff è evidente in tutte le fiere dove presenziano, e sono tante, sia di libri sia di giochi. Il catalogo Acheron, infatti, non è solo libri, ma anche giochi da tavola e giochi di carte.

Leggiamo dunque le parole di Mauro Longo per capire come funziona Acheron Books, dove sta andando e cosa bolle in pentola.

Buongiorno Mauro, vuoi parlarci un po’ di te e del progetto Acheron Books?

Acheron è un progetto editoriale nato qualche anno fa, che nasce piccolo, ma ha mire alte, sia in termini numerici che qualitativi. Innanzitutto, ha una visione editoriale ben precisa: pubblicare narrativa fantastica, di forte e riconoscibile matrice italiana – nei temi, negli scenari, nei personaggi, nelle citazioni – e diffonderla in tutto il mondo.

A questi pilastri iniziali si sono aggiunti nel tempo nuove colonne: le storie pubblicate devono sempre avere high concept quanto più possibile originali e comunicabili, e devono in teoria poter dare vita a delle proprietà intellettuali interessanti e spendibili anche su altri media. Dalle collane originali di narrativa ci siamo poi spostati di recente anche verso il mondo del gioco, dapprima con i librogame e, adesso, anche con i giochi di ruolo, due settori che sono molto vicini alla narrativa. A parte la forma tecnica di questi prodotti, tutti i parametri di cui sopra rimangono in essere.

Da vostra esperienza, come ha influito la pandemia Covid sul mercato dei libri? E nel filone del fantasy?

Le vendite sulla narrativa hanno avuto un forte rallentamento con la difficoltà di frequentare librerie e caffé letterari, e con il blocco delle fiere di settore, ma per fortuna noi abbiamo scelto di essere fin da subito presenti anche nei grandi e-commerce online, per cui il problema è stato molto limitato. I settori del librogame e del gioco di ruolo, per nostra percezione, non hanno avuto invece alcuna flessione.

Molto spesso, gli autori non hanno idea da dove partire per promuoversi. Cosa consigli a un autore emergente?

Consiglio di dimostrarsi una voce interessante e coinvolgente nel settore, di usare i social media, i blog, i podcast, Twitch o YouTube, di scrivere o parlare su testate riconosciute o e-zine, di recensire o presentare i libri degli altri, insomma di dimostrarsi una persona interessante, preparata e che abbia cose da dire e mostrare.

E ancora: trovare impiego o attività in qualche redazione piccola o grande, collaborare con case editrici e giornali, seguire corsi ed eventi di scrittura, toccare con mano il lavoro pratico della scrittura e dell’editoria, partecipare a concorsi, workshop, fiere, insomma essere parte di questo sontuoso e traballante carrozzone. Prima di andare in giro a proporre le proprie storie, conviene sempre essere ingranaggio di questa macchina e capirne un po’ meglio le dinamiche dall’interno.

Acheron ha una bellissima collana di giochi di ruolo, vuoi parlarcene?

Siamo partiti da poco più di due anni, ma abbiamo già degli ottimi titoli in catalogo, o in pre-ordine, sia nostri che in collaborazione con altre case editrici. In tutti questi casi, il nucleo fondamentale è quello del fantastico italiano: si passa dall’Italia primordiale e a tinte fosche di Primi Re, un horror-fantasy ambientato al tempo della fondazione di Roma, a Lex Arcana, che invece porta in scena un fantasy a tema romano, eroico e luminoso; da Brancalonia, che incarna completamente lo stile eroicomico italiano e cita tutta la letteratura e perfino la filmografia di riferimento, a Inferno, che permette di ripercorrere il viaggio oltremondano di Dante con il regolamento di Dungeons & Dragons. Tutti questi titoli hanno già cominciato – più o meno segretamente – dei percorsi paralleli su altri media, cosa che ne dimostra la grande potenza comunicativa.

Come funzionano le piattaforme crowdfunding, in merito al lancio di progetti editoriali? Sono fattibili anche per gli autori self publishers?

Per adesso è la domanda che tutti ci facciamo: quello che è ormai consolidato per il gaming, anche analogico (giochi da tavolo, librogame e giochi di ruolo, per esempio), può valere anche per narrativa, saggistica e graphic novel? Secondo me, la risposta è “sì”, purché si trovi la formula giusta e il giusto progetto da presentare.

Si tratta solo, come in tutte le cose, di farsi pionieri, imbroccare i primi risultati positivi e aprire la strada al settore. Dopotutto, se guardo i progetti di gioco di ruolo di qualche anno fa, invece che milioni di dollari vedo cifre cento volte più ridotte, e la stessa cosa avviene studiando i progetti per i librogame, dai primi fallimenti dei progetti creati prima del 2018 al recentissimo Alba che ha raccolto 10mila sottoscrittori e oltre 300.000 euro. Insomma: tutto si può fare, basta trovare la maniera giusta di farlo!

Grazie per il tuo tempo, Mauro, a presto.

Via le parole “grasso”, “nano”, “brutta” quando si scrive, in nome dell’inclusione e del politically correct. Ma non sono io, agente letterario, a dirlo, e la questione non riguarda solo gli autori emergenti, i self-publisher o anche gli scrittori professionisti. Qui la faccenda è seria, a partire dalla decisione della casa editrice Puffin Books di rieditare i libri dell’autore classico per bambini, Roald Dahl, a trent’anni dalla sua morte, cambiando alcune parole che lo scrittore aveva scelto in riferimento alla figura femminile, alle persone di bassa statura, ai personaggi con problemi di peso.

Una scelta criticata, discussa da più parti proprio in questi giorni, che apre un dibattito sociale, filosofico, culturale, morale e anche con risvolti legali. Gli articoli più letti al riguardo, nel mondo, parlano di minare con questa forma di censura la libertà di espressione di un autore deceduto, di cui hanno diritto solo gli eredi e, sebbene in taluni casi la prosa di Dahl sia – per un lettore moderno – “pesante” e piena di giudizi morali ed estetici, la protesta intellettuale sull’operazione Puffin Books riguarda anche la possibilità per i bambini e i ragazzi di oggi di contestualizzare, capire che una scelta stilistica era fatta in base a un modo di pensare e di agire adatto all’epoca in cui è stata scritta; si mina la possibilità di filtrare il messaggio e comprendere quanto un termine sia “sbagliato” e perché. Si toglie, insomma, la facoltà ai più giovani, durante la lettura, di avere una propria autonomia di pensiero e decidere cosa è giusto o meno.

Censurare un contenuto di un’opera, a partire anche dalle fiabe classiche (ad esempio con i lungometraggi della Disney), può avere anche risvolti pedagogici negativi: per una certa fascia di età, è fondamentale per lo sviluppo sapere che esiste il buono e il cattivo, il lupo, il mostro, il bene e il male. Tornare a leggere ai nostri figli, ad esempio, è un modo per spiegare e contestualizzare, per sviluppare il senso critico dei ragazzi e degli adulti che verranno.

Invece di cancellare o riscrivere i classici (fiabe o racconti che siano), io come agente letterario, ma anche come madre, auspico che i bimbi e i ragazzi di oggi possano fruire di qualsiasi medium (dalle serie tv ai videogame, passando per i libri e i graphic novel), anche quando possibile con la vicinanza di un adulto, che non vengano abbandonati a loro stessi durante la lettura o il gioco, ma che siano affiancati da delle figure di riferimento, ad esempio dagli stessi insegnanti nelle scuole, per parlare e dibattere e sviscerare paure o pensieri negativi.

Anche attraverso il filtro di un adulto e con il dibattito tra coetanei, infatti, un libro o un gioco fanno cultura, non solo per le parole usate da un autore. Cultura è ciò che resta nell’inconscio e forma il carattere, forse e soprattutto quando questo passaggio cognitivo viene fatto colpendo l’inconscio in modo crudo e diretto.

Cosa ne pensate voi, al riguardo? Attendo i vostri commenti e, come sempre, buona scrittura!

Aspirante scrittore, hai mai pensato che, oltre alla bellezza di scrivere, alla meraviglia del trasporre su carta le tue idee, al suono che ti suscita mille emozioni nel leggere ad alta voce le tue parole, all’idea folgorante che ti è venuta in mente proprio in quel momento lì, mentre stavi facendo quella cosa all’apparenza non importante… insomma, oltre a tutto ciò che è la bellezza di scrivere il TUO romanzo, quel che stai producendo su carta (su schermo!) è anche e soprattutto un PRODOTTO?

Per prodotto, intendo un mezzo per l’editore in primis (ma anche per te, autore) per ricavare un profitto. Nel marketing, un bene o prodotto è un oggetto o servizio che soddisfa i bisogni dei consumatori. Lo so, quel che sto dicendo non è più così “romantico”, vero? Bene, amico o amica aspirante scrittore (scrittrice), se leggendo hai moti di rifiuto, allora cambia subito pagina e non leggere oltre. Perché è anche giusto che tu continui col tuo sogno di artista delle parole. Se invece, hai intuito anche tu che questo settore (l’editoria) è un settore economico come un altro, nel momento in cui contatti un agente letterario, un editore e chiedi (perché la tua è una richiesta legittima) che i tuoi lavori vengano pubblicati e adeguatamente retribuiti, allora bisogna che apri i tuoi occhi e orecchie e leggi con attenzione quest’articolo. Perché sì, hai capito che il tuo libro nel cassetto, quello su cui hai sudato tanto, ora va commercializzato, venduto al giusto target, col giusto piano di marketing e il packaging che più richiede il pubblico di riferimento. Questo è senz’altro lavoro dell’editore, ma tu autore in erba puoi fare molto ancora PRIMA di scrivere.

Intanto, puoi fare una ricerca di mercato, capire come entrare nel mercato che hai studiato, infine come consolidarlo. Partiamo per gradi.

  • Ricerca di mercato: bisogna che tu conosca (STUDI!) i generi e i titoli pubblicati dagli editori con i quali cerchi di lavorare, e tu legga i libri che ha prodotto. Non è una marchetta, anche perché l’editore non ha solo te come cliente, ci mancherebbe. Ma serve a te per CONOSCERE il catalogo e capire dove vuole arrivare la casa editrice che tanto ami. Poi, a quale tipo di pubblico è diretto il tuo romanzo? Questo pubblico cosa fa, dove si trova e quale abitudini ha? L’analisi non è facile, ma oggi tutti siamo connessi, e con un po’ di pazienza di può arrivare a farsi un’idea del proprio target.
  • Entriamo nel mercato editoriale: fate PR, relazioni pubbliche. Partecipate a fiere, presentazioni, eventi, premi letterari. Conoscete personaggi del settore editoriale e parlate con loro, fatevi dire quali sono i problemi e perché proprio il VOSTRO testo dovrebbe in parte risolverli. Lo so, non è da tutti, ma è un buon modo per farsi conoscere e capire dove sta andando l’attuale mercato.
  • Consolidare la presenza sul mercato: continuate ad aggiornarvi sul genere che più vi riesce meglio scrivere, leggendo gli autori competitor e conoscendo anche di persona (se possibile) gli editori che lo pubblicano, allargando così la cerchia di contatti professionali. Scrivete articoli su blog o riviste di settore, migliorate costantemente la vostra tecnica e continuate a frequentare fiere, eventi, festival di scrittura, puntando magari anche all’estero.

Il lavoro dello scrittore, dunque, non si ferma alla parola FINE sul proprio manoscritto, non basta saper revisionare il testo fino allo sfinimento. Ma è sempre più contatti, intessere relazioni, capacità di intuire dove sta andando il mercato, conoscere i propri lettori e anche, perché no, gli autori competitor. È faticoso e poco romantico, lo so, ma se azzeccate il libro giusto (per il mercato e per il target), gli editori vi daranno credito e saranno disposti a pagarvi meglio, a lavorare più spesso con voi e a gestire insieme un gruppo sempre più folto di lettori che vi chiederà la prossima novità in uscita.

Se tutto questo non fa per voi, potete sempre restare nel romanticismo della scrittura e rivolgervi a un agente letterario, che di mercato se ne intende! A voi la scelta e, come sempre, buona scrittura!

Per lavoro, sia come agente letterario sia come editore, leggo tutti i giorni manoscritti più o meno di qualità, di qualunque genere. Eppure, trovare un autore che sappia coinvolgere e mai stancare o glissare troppo sulle descrizioni non è facile. Lavorando soprattutto nel fantasy, dove la descrizione dettagliatissima di locande, armi, armature ecc. è ormai diventata un cliché, di rado mi stupisco dei manoscritti che leggo.

Mi stupisco in senso positivo, intendo.

Cosa vuol dire, innanzi tutto, descrivere? Vuol dire focalizzare, attirare l’attenzione del lettore su un oggetto, panorama, personaggio, situazione. Oppure, sviarla, come nel caso del thriller o giallo, ad esempio. Mi sembra che alle volte questo risulti difficile alla maggior parte degli autori emergenti, forse perché non conoscono bene cosa stanno descrivendo, ad esempio un luogo in cui non sono mai stati, o un’ambientazione che non hanno mai visto (ad esempio, una fabbrica o un convento di clausura). E qui, mio caro amico o amica autore/autrice, ti invito a farti un esame di coscienza: quanto hai studiato la tua ambientazione, quanto la conosci? Oggi, con il web, è più facile trovare video, blog o articoli che descrivano proprio quel che serve a te, nel tuo romanzo: sfrutta le possibilità della rete oppure, se è fattibile, visita quei luoghi e intervista le persone che vi abitano. Farà una grande differenza, in fase di stesura manoscritto.

Il rovescio della medaglia di questo eccesso di informazioni via internet è che il lettore ha visto, sentito e gustato di tutto, quindi non è facile improvvisare, mentre si descrive. E le descrizioni lunghe e dettagliate sono ormai obsolete.

Come ovviare a questo problema?

Mettendoci del nostro. Lo scrittore filtra la realtà, che lo faccia come narratore onniscente o personaggio immerso nella sua storia, darà un messaggio diverso di quel che vede, sente, gusta e tocca. È un modo per dare risalto a uno o più aspetti di un oggetto / ambiente / situazione ai quali il lettore non aveva mai fatto caso. E consente, se la descrizione è ben fatta, di costruire personaggi e ambientazioni realistiche, congruenti e piacevoli. 

Come autore che fa della descrizione un must, consiglio di leggere Raymond Carver, che è stato anche un grande insegnante di scrittura creativa: per lui, ogni aspetto della narrazione deve avere un senso logico. Studiarlo e leggerlo è, dunque, un modo per crescere di livello nella scrittura. Provare per credere!

ente casuale, ma che invece rispecchiavano delle esperienze di vita vissuta: si dice, infatti, che la scrittura abbia funzione catartica e, grazie anche al sostegno di un coach editor professionista, si possono riconoscere aspetti del proprio vissuto da esorcizzare scrivendo oppure, addirittura, da sottoporre a uno psicologo o psicoterapeuta. Il potere della parola e della scrittura è anche questo: a volte, risolve la vita di chi le usa.

Alla prossima e… buona lettura e buona scrittura a tutti!

Uno dei servizi più richiesti ad Agente Letterario è il coaching letterario, ovvero un accompagnamento di scrittura – a partire dal foglio bianco! – che l’autore o autrice riceve da parte di un editor professionista.

Si tratta, in pratica, di una serie di incontri a cadenza settimanale o bimestrale, dal vivo o tramite piattaforma web, nel quale l’editor sostiene la scrittura dell’autore o autrice. In genere, usufruiscono di questo servizio autori alle primissime armi, anche per acquisire tecniche di scrittura base, uno stile adatto al target scelto, un modo di esprimersi con la lingua scritta utile in ogni ambito della propria vita.

Si parte da un’idea, quella lampadina accesa che folgora dopo un sogno, durante la visione di un film o serie tv, dopo un’esperienza di vita vissuta, con un flashback o flashforward sulla propria vita (o vite passate/future). In sostanza, la folgorazione viene sempre da chi vuole scrivere.

Il primo incontro con l’editor serve per strutturare la trama e delineare quindi una scaletta (che può essere modificata in itinere). I primi esercizi pratici di solito vertono su costruzioni di personaggi, dialoghi, ambientazione, scene base e nodi cruciali della trama, genere e target del manoscritto, quindi, si stabiliscono degli obiettivi di stesura, via via, dei vari capitoli. L’autore o autrice consegna pagine o capitoli all’editor, seguendo la scaletta, oppure anche spezzoni di trama casuali (dipende dalle attitudini di scrittura, qualcuno predilige una stesura “casuale”, ad esempio, per poi sistemare tutto il manoscritto in un secondo momento). Il confronto con l’editor avviene con lettura delle pagine scritte, si analizzano le incongruenze e/o gestioni troppo vaghe di trama e personaggi. Si lavora anche sullo stile più adatto al genere che l’autore o autrice sta scrivendo. Lo scopo finale è raggiungere la prima stesura del libro in circa un anno, durante il quale – oltre a esercizi pratici – verranno assegnati anche dei manuali di scrittura, testi di narrativa ad hoc da studiare e leggere, da commentare poi dal vivo con l’editor.

Il coaching letterario è anche un allenamento, ad esempio per gli autori che hanno buone capacità di scrittura, ma si perdono con i tempi di stesura e hanno bisogno di qualcuno che solleciti le consegne del manoscritto. Si tratta di una sorta di personal training di scrittura, che, invece di allenare i muscoli del corpo di un atleta, allena la mente, il guizzo e l’arte narrativa di un autore o autrice.

È capitato qualche volta che uscissero fuori aspetti della vita di un autore o autrice, durante il coaching, messi su carta in modo apparentemente casuale, ma che invece rispecchiavano delle esperienze di vita vissuta: si dice, infatti, che la scrittura abbia funzione catartica e, grazie anche al sostegno di un coach editor professionista, si possono riconoscere aspetti del proprio vissuto da esorcizzare scrivendo oppure, addirittura, da sottoporre a uno psicologo o psicoterapeuta. Il potere della parola e della scrittura è anche questo: a volte, risolve la vita di chi le usa.

Alla prossima e… buona lettura e buona scrittura a tutti!

Buongiorno amici autori e colleghi editori! Oggi a parlare, anzi, a scrivere non sono io Agente letterario, bensì un amico autore e sceneggiatore, Giacomo Berdini. Descriverà le sue esperienze lavorative, qualche aneddoto e risponderà a un enigma antico come il mondo: meglio il romanzo o il film? A voi l’ardua sentenza. A presto e, come sempre, buona scrittura!

Dite la verità, quante volte vi è capitato, dopo la visione di un film, di sentire o pronunciare l’abusatissima frase “era meglio il libro”?

In passato ho interpretato questa affermazione come una volontà di mostrare la propria superiorità intellettuale, della serie: “Sì ok, il film è alla portata di tutti ma io sono molto più figo perché ho letto il libro”. Questa, però, è una visione un po’ riduttiva, lo ammetto.  

Il problema è che, spesso, trovandoci davanti all’adattamento filmico di un’opera letteraria, restiamo delusi di non trovare la stessa profondità, le stesse emozioni, quel senso di trepidante e intima scoperta che accompagna la lettura di un romanzo. Ma questo succede perché stiamo parlando di due mondi completamente differenti. Non ci credete? Ve lo dimostro, o almeno… ci provo!

La prima grande differenza sta proprio in noi, nel pubblico. Se ci pensate, il romanzo ci porta a immaginare, mentre il film ha il compito di mostrare, stimolando nel cervello due reazioni completamente diverse. Il libro, inoltre, ha una dimensione di lettura più personale e intima mentre il film nasce con lo scopo di essere condiviso in una sala, da un pubblico che si lascia trasportare dalle medesime emozioni, come passeggeri di una giostra a un parco divertimenti. 

Infine, e qui arrivo alla differenza più importante, la scrittura di un film segue regole e dinamiche molto diverse rispetto al romanzo. 

Da sceneggiatore di professione e sporadico autore di romanzi, mentirei se vi dicessi che scrivere un film o un libro è la stessa cosa. 

Ok, non ho mai lavorato all’adattamento di un romanzo per il cinema, ma conosco bene i due linguaggi nella loro complessa diversità. Sono due pianeti distinti che, pur condividendo certe dinamiche narrative, lo fanno utilizzando mezzi diversi. 

Non mi soffermo sull’ABC della scrittura, su come si progetta una storia, su tutto il lavoro di preparazione necessario a scrivere la prima parola su un foglio bianco; quello fa parte del mestiere di storyteller. In entrambi i casi, che sia libro o film, la preparazione è fondamentale e, a meno che uno non stia scrivendo un’opera in stream of consciousness senza una trama e con una sola voce narrante (Dio ce ne scampi) prima di mettersi davanti al computer a inanellare parole, va fatto un grandissimo lavoro di concezione e pianificazione. 

A parte questo, la sceneggiatura si differenzia dal romanzo perché è un tipo di scrittura molto più tecnica e piena di regole stringenti. La prima di queste è scolpita nelle tavole sacre della cinematografia dall’alba dei tempi: “Show, don’t tell”. Mostra, non dire.

Il film deve vivere di una vita propria svincolata dalla parola. Nel romanzo, invece, la parola è tutto. 

Nel libro ogni cosa è scritta nero su bianco, l’autore può immedesimarsi in ognuno dei personaggi come narratore onnisciente, sviscerare la parte più intima di ogni carattere sulla pagina, portando in emersione i pensieri più reconditi. In un film, se un personaggio è costretto a spiegare al pubblico come si sente… beh, forse gli sceneggiatori hanno toppato qualcosa! Certo, esiste sempre il comodo escamotage della voce narrante, ma va dosato bene e può diventare pesante o stucchevole. 

Se analizziamo la sceneggiatura nelle sue componenti base, tutto si riduce a due elementi: azione e battute. Stop. Questi sono gli unici strumenti a disposizione di chi scrive; tutto il resto va mostrato nel sottotesto, nel non detto, nella sospensione che si fa veicolo di emozione, anche attraverso il corpo degli interpreti, attraverso i silenzi. Per questo è così importante la figura del regista!

A questa prima “difficoltà”, si aggiunge un problema di durata. 

Un film, se supera le due ore e mezza, diventa una mattonata (a parte “Balla coi Lupi” e la Trilogia de “Il Signore degli Anelli” eheh!) 

Tralasciando i gusti personali, mediamente un lungometraggio dura sui 120 minuti. Ogni scena deve avere un fuoco e un senso che faccia sempre evolvere la storia, anche perché ogni scena costa soldi alla produzione e non ci si può permettere di spargere qua e là sequenze inutili o di approfondimento che, nella maggior parte dei casi, verranno tagliate ancora prima di iniziare a girare. 

Certo, anche nei romanzi, soprattutto oggigiorno, c’è un limite di pagine; gli editori non vogliono pubblicare libri lunghissimi perché i lettori ne vengono scoraggiati (l’ho imparato a mie spese), tuttavia, c’è sempre spazio per dire qualcosa in più rispetto a un film; un pensiero, una piccola descrizione capace di dare al lettore un dettaglio importante senza per forza interrompere l’azione.

Nella sceneggiatura, una pagina equivale più o meno a un minuto, quindi non si può andare da un produttore con un copione di 240 pagine e dire “tranquillo, non dura 4 ore, è che ci sono un sacco di didascalie!”

La sceneggiatura deve avere uno stile rapido, asciutto, le battute devono essere incalzanti e avere ritmo, tutto ciò che viene scritto deve essere finalizzato a una messa in scena efficace, anche a discapito del contenuto. Non avete idea di quante volte sento parlare a sproposito di “Buchi nella sceneggiatura” da persone che si riferiscono in realtà a una mancata spiegazione o a un salto temporale. Il film non ha il compito di spiegare tutto, anzi, deve mostrare l’essenziale per far procedere la storia. Con “buco” si intende un errore nel meccanismo della trama, una motivazione che non sta in piedi, una reazione non motivata o frettolosa, non il fatto che non ti ho fatto vedere dove il mio protagonista ha preso il drink che ha in mano; al massimo questo è un errore di continuità ma non mi addentro nell’argomento perché poi diventa tutto tedio. 

Cerco di concludere andando a toccare il punto più importante: la sceneggiatura segue una struttura ben precisa che definirei quasi rigida. 

A differenza del romanzo, che può fluire in modo più variegato, assecondando i tempi del racconto con maggiori dilatazioni, quasi tutti i film sono costruiti sulla base di uno schema in 3 atti, con un primo atto che dura tra i 15 e i 25 minuti, un secondo che copre i successivi 50 minuti, e un terzo atto di epilogo che, solitamente, non dura più di 20 minuti. Ogni atto, poi, è suddiviso in sottosezioni che sviluppano la trama seguendo twist e turning point ben definiti, come l’evento scatenante (o chiamata dell’eroe), il midpoint, il punto di morte ecc. Certo, ci sono film che giocano di anti-struttura ma, a meno che non siate Tarantino, ignorare la scaletta classica porta quasi sempre a ottenere un film traballante e un po’ incasinato (altra lezione imparata a mie spese). 

Comunque, se non credete a me, leggetevi “Save the Cat” di Blake Snyde che si è messo lì a “smontare” uno per uno i film più famosi di sempre riuscendo a isolare una struttura che risulta compatibile con il 99% dei lungometraggi. 

E qui voi vi chiederete: “Quindi gli sceneggiatori scrivono lo stesso film “over and over again”, cambiando i personaggi e le situazioni dentro lo stesso schema?” Assolutamente no. 

Immaginate gli sceneggiatori come degli sciatori che gareggiano seguendo lo stesso tracciato di porte sulla pista. Ti indica la strada fino al traguardo, ok, ma bisogna saper sciare bene per arrivare in fondo. 

E qui arriva un’altra domanda che mi sono sentito rivolgere spesso: “Ma quindi scrivere sceneggiature è noioso?” 

Allora, no. Se si ama scrivere, ma il romanzo è più divertente.

Tornando alla metafora dello sci (scusate ma sono cresciuto in montagna) scrivere un romanzo è come farsi una sciata su una pista libera. Scrivere una sceneggiatura è come fare una gara su un tracciato pieno di paletti e buche, con l’allenatore/produttore che ti cronometra e ti tiene d’occhio. 

La maggior parte delle volte, infatti, anche le sceneggiature si scrivono in squadra, componendo una writers’ room che metta assieme un autore forte sulla struttura, un altro bravo nei dialoghi, e un terzo che magari ha una mente più “registica”, non molto diversamente da quanto accada nei team agonistici.  

Comunque, dopo tutte ‘ste metafore sportive, tecnicismi e inglesismi più o meno leciti, torno alla domanda iniziale: è meglio il libro o il film? E chi cavolo lo sa? 

Esistono film belli o brutti, libri buoni o cattivi. Entrambi vanno valutati come versioni alternative della stessa storia, non come un’estensione uno dell’altro. 

Sono due opere distinte che si presentano al pubblico in forme e linguaggi diversi. 

Ci sono tanti libri che restano superiori ai loro adattamenti cinematografici, ma esistono film che hanno superato di gran lunga il romanzo da cui sono tratti. Uno su tutti? Fight Club. 

La pellicola di David Fincher spacca mentre il libro di Palahniuk… meh! 

E voi che ne pensate? Secondo voi c’è un film che ha superato il libro o siete membri del club “sempre meglio il libro”? Fatecelo sapere nei commenti!

Giacomo Berdini

Scrittore, sceneggiatore