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Buongiorno amici autori e colleghi editori! Oggi a parlare, anzi, a scrivere non sono io Agente letterario, bensì un amico autore e sceneggiatore, Giacomo Berdini. Descriverà le sue esperienze lavorative, qualche aneddoto e risponderà a un enigma antico come il mondo: meglio il romanzo o il film? A voi l’ardua sentenza. A presto e, come sempre, buona scrittura!

Dite la verità, quante volte vi è capitato, dopo la visione di un film, di sentire o pronunciare l’abusatissima frase “era meglio il libro”?

In passato ho interpretato questa affermazione come una volontà di mostrare la propria superiorità intellettuale, della serie: “Sì ok, il film è alla portata di tutti ma io sono molto più figo perché ho letto il libro”. Questa, però, è una visione un po’ riduttiva, lo ammetto.  

Il problema è che, spesso, trovandoci davanti all’adattamento filmico di un’opera letteraria, restiamo delusi di non trovare la stessa profondità, le stesse emozioni, quel senso di trepidante e intima scoperta che accompagna la lettura di un romanzo. Ma questo succede perché stiamo parlando di due mondi completamente differenti. Non ci credete? Ve lo dimostro, o almeno… ci provo!

La prima grande differenza sta proprio in noi, nel pubblico. Se ci pensate, il romanzo ci porta a immaginare, mentre il film ha il compito di mostrare, stimolando nel cervello due reazioni completamente diverse. Il libro, inoltre, ha una dimensione di lettura più personale e intima mentre il film nasce con lo scopo di essere condiviso in una sala, da un pubblico che si lascia trasportare dalle medesime emozioni, come passeggeri di una giostra a un parco divertimenti. 

Infine, e qui arrivo alla differenza più importante, la scrittura di un film segue regole e dinamiche molto diverse rispetto al romanzo. 

Da sceneggiatore di professione e sporadico autore di romanzi, mentirei se vi dicessi che scrivere un film o un libro è la stessa cosa. 

Ok, non ho mai lavorato all’adattamento di un romanzo per il cinema, ma conosco bene i due linguaggi nella loro complessa diversità. Sono due pianeti distinti che, pur condividendo certe dinamiche narrative, lo fanno utilizzando mezzi diversi. 

Non mi soffermo sull’ABC della scrittura, su come si progetta una storia, su tutto il lavoro di preparazione necessario a scrivere la prima parola su un foglio bianco; quello fa parte del mestiere di storyteller. In entrambi i casi, che sia libro o film, la preparazione è fondamentale e, a meno che uno non stia scrivendo un’opera in stream of consciousness senza una trama e con una sola voce narrante (Dio ce ne scampi) prima di mettersi davanti al computer a inanellare parole, va fatto un grandissimo lavoro di concezione e pianificazione. 

A parte questo, la sceneggiatura si differenzia dal romanzo perché è un tipo di scrittura molto più tecnica e piena di regole stringenti. La prima di queste è scolpita nelle tavole sacre della cinematografia dall’alba dei tempi: “Show, don’t tell”. Mostra, non dire.

Il film deve vivere di una vita propria svincolata dalla parola. Nel romanzo, invece, la parola è tutto. 

Nel libro ogni cosa è scritta nero su bianco, l’autore può immedesimarsi in ognuno dei personaggi come narratore onnisciente, sviscerare la parte più intima di ogni carattere sulla pagina, portando in emersione i pensieri più reconditi. In un film, se un personaggio è costretto a spiegare al pubblico come si sente… beh, forse gli sceneggiatori hanno toppato qualcosa! Certo, esiste sempre il comodo escamotage della voce narrante, ma va dosato bene e può diventare pesante o stucchevole. 

Se analizziamo la sceneggiatura nelle sue componenti base, tutto si riduce a due elementi: azione e battute. Stop. Questi sono gli unici strumenti a disposizione di chi scrive; tutto il resto va mostrato nel sottotesto, nel non detto, nella sospensione che si fa veicolo di emozione, anche attraverso il corpo degli interpreti, attraverso i silenzi. Per questo è così importante la figura del regista!

A questa prima “difficoltà”, si aggiunge un problema di durata. 

Un film, se supera le due ore e mezza, diventa una mattonata (a parte “Balla coi Lupi” e la Trilogia de “Il Signore degli Anelli” eheh!) 

Tralasciando i gusti personali, mediamente un lungometraggio dura sui 120 minuti. Ogni scena deve avere un fuoco e un senso che faccia sempre evolvere la storia, anche perché ogni scena costa soldi alla produzione e non ci si può permettere di spargere qua e là sequenze inutili o di approfondimento che, nella maggior parte dei casi, verranno tagliate ancora prima di iniziare a girare. 

Certo, anche nei romanzi, soprattutto oggigiorno, c’è un limite di pagine; gli editori non vogliono pubblicare libri lunghissimi perché i lettori ne vengono scoraggiati (l’ho imparato a mie spese), tuttavia, c’è sempre spazio per dire qualcosa in più rispetto a un film; un pensiero, una piccola descrizione capace di dare al lettore un dettaglio importante senza per forza interrompere l’azione.

Nella sceneggiatura, una pagina equivale più o meno a un minuto, quindi non si può andare da un produttore con un copione di 240 pagine e dire “tranquillo, non dura 4 ore, è che ci sono un sacco di didascalie!”

La sceneggiatura deve avere uno stile rapido, asciutto, le battute devono essere incalzanti e avere ritmo, tutto ciò che viene scritto deve essere finalizzato a una messa in scena efficace, anche a discapito del contenuto. Non avete idea di quante volte sento parlare a sproposito di “Buchi nella sceneggiatura” da persone che si riferiscono in realtà a una mancata spiegazione o a un salto temporale. Il film non ha il compito di spiegare tutto, anzi, deve mostrare l’essenziale per far procedere la storia. Con “buco” si intende un errore nel meccanismo della trama, una motivazione che non sta in piedi, una reazione non motivata o frettolosa, non il fatto che non ti ho fatto vedere dove il mio protagonista ha preso il drink che ha in mano; al massimo questo è un errore di continuità ma non mi addentro nell’argomento perché poi diventa tutto tedio. 

Cerco di concludere andando a toccare il punto più importante: la sceneggiatura segue una struttura ben precisa che definirei quasi rigida. 

A differenza del romanzo, che può fluire in modo più variegato, assecondando i tempi del racconto con maggiori dilatazioni, quasi tutti i film sono costruiti sulla base di uno schema in 3 atti, con un primo atto che dura tra i 15 e i 25 minuti, un secondo che copre i successivi 50 minuti, e un terzo atto di epilogo che, solitamente, non dura più di 20 minuti. Ogni atto, poi, è suddiviso in sottosezioni che sviluppano la trama seguendo twist e turning point ben definiti, come l’evento scatenante (o chiamata dell’eroe), il midpoint, il punto di morte ecc. Certo, ci sono film che giocano di anti-struttura ma, a meno che non siate Tarantino, ignorare la scaletta classica porta quasi sempre a ottenere un film traballante e un po’ incasinato (altra lezione imparata a mie spese). 

Comunque, se non credete a me, leggetevi “Save the Cat” di Blake Snyde che si è messo lì a “smontare” uno per uno i film più famosi di sempre riuscendo a isolare una struttura che risulta compatibile con il 99% dei lungometraggi. 

E qui voi vi chiederete: “Quindi gli sceneggiatori scrivono lo stesso film “over and over again”, cambiando i personaggi e le situazioni dentro lo stesso schema?” Assolutamente no. 

Immaginate gli sceneggiatori come degli sciatori che gareggiano seguendo lo stesso tracciato di porte sulla pista. Ti indica la strada fino al traguardo, ok, ma bisogna saper sciare bene per arrivare in fondo. 

E qui arriva un’altra domanda che mi sono sentito rivolgere spesso: “Ma quindi scrivere sceneggiature è noioso?” 

Allora, no. Se si ama scrivere, ma il romanzo è più divertente.

Tornando alla metafora dello sci (scusate ma sono cresciuto in montagna) scrivere un romanzo è come farsi una sciata su una pista libera. Scrivere una sceneggiatura è come fare una gara su un tracciato pieno di paletti e buche, con l’allenatore/produttore che ti cronometra e ti tiene d’occhio. 

La maggior parte delle volte, infatti, anche le sceneggiature si scrivono in squadra, componendo una writers’ room che metta assieme un autore forte sulla struttura, un altro bravo nei dialoghi, e un terzo che magari ha una mente più “registica”, non molto diversamente da quanto accada nei team agonistici.  

Comunque, dopo tutte ‘ste metafore sportive, tecnicismi e inglesismi più o meno leciti, torno alla domanda iniziale: è meglio il libro o il film? E chi cavolo lo sa? 

Esistono film belli o brutti, libri buoni o cattivi. Entrambi vanno valutati come versioni alternative della stessa storia, non come un’estensione uno dell’altro. 

Sono due opere distinte che si presentano al pubblico in forme e linguaggi diversi. 

Ci sono tanti libri che restano superiori ai loro adattamenti cinematografici, ma esistono film che hanno superato di gran lunga il romanzo da cui sono tratti. Uno su tutti? Fight Club. 

La pellicola di David Fincher spacca mentre il libro di Palahniuk… meh! 

E voi che ne pensate? Secondo voi c’è un film che ha superato il libro o siete membri del club “sempre meglio il libro”? Fatecelo sapere nei commenti!

Giacomo Berdini

Scrittore, sceneggiatore

Buongiorno amici autori e colleghi editori. Sono reduce dal Salone del libro di Torino, finito con record di ingressi e di incassi per molti miei amici ai vari stand. L’affluenza, stavolta anche all’Oval – il padiglione esterno con moltissimi grandi editori – è stata più che soddisfacente, con ottime vendite e un trend di lettori giovani in crescita.
Stavolta, dal 2019, quindi dopo 3 lunghi anni, finalmente il Salone è tornato a essere anche scambio di diritti. Mentre la mia casa editrice, Astro edizioni, era in prima linea a vendere i libri (fino al quasi esaurimento di tutti i volumi a disposizione!), io ero dietro le quinte al mercato che conta davvero: quello delle traduzioni e delle vendite dei diritti all’estero.
Ho trovato grande interesse sempre per la letteratura, che non stanca mai il pubblico, molto meno per i soliti generi letterari (quali gialli e thriller, ad esempio). La fanno anche qui da padrone i diritti dei libri per bambini e, da poco ritornati in auge, dei librogame. Peccato solo aver avuto la fiera del libro per bambini di Bologna un mese e mezzo prima, altrimenti gli editori di tale genere sono molto attenti alle novità di mercato.
Ho conosciuto nuovi editori, quali Buendia Books, che pubblica temi e autori soltanto del Piemonte, con una specializzazione che paga in termini di vendite, oppure Graphot, interessata al mondo dei vini e di storie vere di donne. Ho avuto molto da dire con agenti esteri, ad esempio Osiris Bookshop dal mondo arabo, Helsinki Agency dalla Finlandia.
Ci sono stati poi dei bei confronti con altri agenti letterari italiani, convenendo che ormai il mondo dello scambio dei diritti editoriali si trova – ahimè – fuori dall’Italia (Francoforte, Parigi e Londra su tutte), a parte la fiera del libro per bambini di Bologna, ancora eccellenza tutta nostrana.
Strano, ma vero, in prima linea tra i padiglioni e gli stand, giravano pochissime scuole e bambini, forse perché il Salone precedente si è tenuto a ottobre, nello stesso anno scolastico, limitando così le uscite istruttive di molte scolaresche. Almeno, anche stavolta i ragazzi del Piemonte avevano un buono libro da 10€ da spendere in libri!
In ogni caso, è stato bello salutare moltissimi editori e autori allo stand, parlare con loro dal vivo senza il filtro dei social network. Ho la sensazione che, almeno in editoria, la pandemia e le sue restrizioni siano solo un lontano ricordo.
Alla prossima fiera e, come sempre, buona lettura a tutti!

Come è nato il progetto “HO SCRITTO AMO SULLA RABBIA”

Laboratorio di Astro edizioni e Burattingegno teatro nelle scuole superiori

Quando ho aperto Astro edizioni, il mio scopo primario era pubblicare libri, prettamente di genere fantasy, che avessero anche uno scopo, un messaggio da lasciare ai lettori. Si sa, il fantasy è da sempre allegoria della realtà: i messaggi profondi, se narrati con l’allegoria, passano molto più facilmente nel cuore delle persone.

Un giorno, grazie al mio lavoro di agente letterario (sì, sono anche scout di nuovi talenti in editoria), mi ha contattato un autore che, sin dalle prime righe della sua e-mail, ho capito che era “diverso”. E per “diverso” intendo molto bravo nella scrittura, profondo, umile e determinato, sincero ed emotivamente collegato a questo mondo: Stefano Antonini.

Il suo primo libro – ma, attenzione, prima opera solo in narrativa, perché Stefano è poeta, scrittore di sceneggiature teatrali, attore e formatore professionista – Torna. Lettera di un padre al figlio omosessuale, mi ha colpito al cuore.

All’epoca, Astro edizioni non aveva una collana prettamente di narrativa, noi eravamo conosciuti per le nostre pubblicazioni di genere (fantasy e per bambini). Mai avrei creduto che, pubblicando un libro su una storia VERA, avrei fatto la fortuna della mia casa editrice. E non solo fortuna economica, dato che il libro di Stefano è un bestseller e long seller che ogni anno acquisisce nuovi lettori entusiasti, ma anche e soprattutto fortuna emotiva. Torna ha consentito a me e ad Astro edizioni, la mia creatura, di aprire le porte a Biblioteche, Centri culturali, Cultura omosessuale, Associazioni di stampo sociale e, finalmente, ora anche Scuole. Sì, perché Torna. Lettera di un padre al figlio omosessuale è un manifesto di accettazione delle differenze, con amore, che Astro edizioni abbraccia completamente: ha inaugurato una nuova e molto apprezzata collana editoriale, Storie di vita, e ha fatto breccia nel cuore dei genitori, degli insegnanti, dei ragazzi.

Grazie a Stefano Antonini e al suo libro, Torna. Lettera di un padre al figlio omosessuale, Astro edizioni sarà da oggi presente anche nelle scuole dalle medie in su, per puntare a progetti di inclusione e contro ogni forma di bullismo come questo, “HO SCRITTO AMO SULLA RABBIA”, promosso da Regione Lazio con bando POR FSE (fondi Unione Europea).

I ragazzi e le ragazze dell’IS Lucio Lombardo Radice di Roma, in una delle periferie più bistrattate della Capitale, sono stati i primi ad aderire al progetto, ma ce ne saranno molti altri, per creare una catena di consapevolezza che abbracci tutto il nostro Paese.

Questi ragazzi mi hanno lasciato tantissimo: l’adolescenza, oggi, con i mezzi virtuali, le chat di gruppo che possono divenire terreno di bullismo pesante e diffuso a tutta la scuola con un solo click, i social network e l’alienazione post quarantene sanitarie obbligatorie, è un campo minato. Speriamo, con questo progetto, di aver lasciato una scia di luce, una nuova strada da seguire. Di sicuro, a me questi ragazzi hanno lasciato moltissimo, una speranza per il futuro. Auspico che i miei figli, tra 10/15 anni, saranno pronti a difendere le loro idee come hanno fatto questi giovani oggi, con consapevolezza e determinazione.

Forza, ragazzi, io sono con voi!

 

Francesca Costantino

CEO e direttrice editoriale Astro edizioni

Buongiorno amici autori! Ho chiesto a un editor e autore che collabora con me da diversi anni, Giovanni Magistrelli, come approcciarsi alla scrittura.

In una serie di 5 articoli, vi darà la sua personale interpretazione (costellata di notevoli successi editoriali e lavorativi) di cosa può fare uno scrittore alle prime armi per migliorarsi, raggiungere la pubblicazione e promuoversi. Questo è il primo articolo, buona lettura!

Molto spesso, durante i firmacopie dei miei romanzi in libreria e alle fiere del libro, i lettori se ne escono con questa frase: «Complimenti, come ti invidio! Anche io da molto tempo vorrei scrivere, ma…».

Di solito, finisco di autografare con dedica il libro e poi li guardo. «Ma cosa?», chiedo loro, restando in attesa.

Le risposte che ricevo sono sempre uguali: «Non sono capace di scrivere; non ho tempo; poi, alla fine, chi mi leggerebbe?; ho iniziato tempo fa una cosa e poi mi sono fermato; come potrei mai scrivere un romanzo di 400 pagine come il tuo?; ecc.».

A tutti loro dico quello che vale per me (e, credo, per molti scrittori): si scrive perché è un bisogno e perché si sente di avere dentro di sé qualcosa da raccontare al mondo. Non fatelo domandandovi se diventerete autori di best-seller (ve lo auguro!) o, anche soltanto, se troverete una casa editrice (non a pagamento, mi raccomando) disposta a pubblicarvi. In realtà, mettetevi all’opera e scrivete soprattutto se volete leggervi. Voi stessi siete i vostri primi lettori.

Se non siete dei lettori, lasciate stare: lo scrittore che dice di non leggere non è un vero scrittore, ma uno che non lo diventerà mai. Io, per esempio, scrivo quello che vorrei leggere (e che spesso trovo in opere di altri autori). Se ciò che ho creato nero su bianco (o sul Word di un pc) non annoia me, allora ho qualche speranza che possa interessare pure qualcun altro.

Inoltre, come si dice, “non si nasce imparati”; gli autori di best-seller, come anche di classici, non sono giunti ai livelli che noi conosciamo in un solo giorno o al primo libro. Esiste, tuttavia, una ricetta per scrivere? Nessuno ha il verbo in proposito, neppure uno navigato e di successo da mezzo secolo come Stephen King (il mio “dio narrativo” personale); quindi, figuriamoci se ce l’ho io, giunto appena al quinto libro! Però voglio provarci, come un pasticciere che vi consiglia quali ingredienti ci vogliono per preparare una buona torta di mele.

Prima di tutto, esercitarsi tanto, all’inizio con racconti brevi, prima di affrontare un percorso lungo come un romanzo. Continuare a leggere molto, perché dovete “rubare il mestiere” ai vostri autori preferiti. Avere un’idea più o meno originale da cui partire e da sviluppare, facendola crescere con pazienza, amore, impegno. Dare a questa passione il maggior tempo possibile (mandate al diavolo social, videogiochi, chat, ecc. e vi accorgerete quanto tempo sprecate in cose inutili) ed essere disciplinati (non sempre si ha voglia di scrivere, ma ci si costringe, per combattere sia la pigrizia, sia la paura del foglio bianco). Come anticipato, non voglio comportarmi da maestro (ogni giorno scopro quanto ne so poco e ogni giorno cerco di migliorarmi): ho tentato semplicemente di spiegarvi come mi comporto io, per sperare di arrivare ad autografarvi una copia dei miei romanzi in una libreria della vostra città. Buona scrittura (e buona lettura)! 

Lo scrittore ed editor Giovanni Magistrelli, dopo una vita passata a viaggiare da poliglotta da un continente all’altro, inizia la sua avventura editoriale nel 2014 con la raccolta di racconti Gli occhi di Bryan (Youcanprint, 2014), a cui fa seguito la partecipazione al libro Milano in centoparole (Giulio Perrone Editore, 2015) con la storia Milano è cambiata. Contribuisce con i racconti: Il matrimonio di Patricia al volume Ophelia’s Love Writers (Libri Asino Rosso, 2017) e Il castello sul lago all’antologia Nello specchio (Edizioni SensoInverso, 2018). Pubblica quindi il romanzo thriller-urban fantasy Il tempo degli dèi (Astro Edizioni, 2018) e l’autobiografia/diario Sconcertato. Guida alla sopravvivenza fronte palco (ChemCapt Autori, 2018). L’anno successivo, esce il romanzo thriller distopico di fantapolitica L’Unione nel mirino (Astro edizioni, 2019). Nel marzo 2022 sarà pubblicato il noir I volti dell’Apocalisse (Astro Edizioni).

Buongiorno, amici autori!

Sapete, ogni editor e agente letterario ha la sua specializzazione. La mia, in particolare, è in narrativa genere fantasy. Ne leggo, scrivo, correggo da decenni, ormai. Sono quindi anche appassionata, oltre che professionalmente portata per questo genere.

Ebbene, uno dei più grandi cliché in cui cadono gli autori emergenti, nel fantasy soprattutto (ma non solo), è eccedere in meticolose e particolareggiate descrizioni di armature, locande, cibi, personaggi anche secondari, ecc.

Ripeto, è un tipico errore nel fantasy, eppure l’ho trovato anche nella narrativa di genere romance, in quella non di genere, persino nei thriller che dovrebbero invece garantire un ritmo più veloce.

Eh, sì, perché la descrizione questo fa: rallenta il ritmo, l’azione.

Può essere voluta, dopo una scena d’azione, per placare i cuori del lettore, rimasti col fiato sospeso dopo un gigantesco colpo di scena. Serve per introdurre un personaggio importante, sebbene io apprezzi descrizioni “spennellate”, piuttosto che a tinta unita.

L’eccessiva descrizione, in ogni genere letterario, causa una reazione fondamentale nel lettore: noia. Ammorba, stanca. Io personalmente chiudo il libro e non lo riapro più.

D’altra parte, una descrizione del tutto assente o molto blanda lascia di solito i lettori insoddisfatti per degli incompiuti nella narrazione. 

Cosa fare, quindi? Non venite a dirmi: “Eh, beh, ma i grandi classici del romanzo sono pieni di descrizioni!”. Vero, infatti al lettore moderno (non abituato) vanno poco a genio. Oggi la comunicazione è veloce, immediata, abbiamo accesso nelle nostre mani e sempre (via smartphone, ad esempio) a un’infinità di informazioni, scritte, e anche audiovisive. Quindi, se io autore sto parlando della Torre Eiffel a Parigi, inutile soffermarmi sulla sua costruzione o imponenza, se non per brevissimi tratti, dato che tutti i lettori possono ottenere informazioni dettagliate su di essa, in qualunque momento. Meglio allora darne una descrizione emotiva, dal punto di vista del personaggio, attraverso i suoi sensi.

Nella narrativa moderna, sempre più, si tende ad avere un approccio minimalistico alla descrizione: si rivelano alcuni dettagli in ordine logico, ad esempio, oppure si danno due-tre dettagli in ordine sparso.

Vi do un consiglio pratico: realizzate una scaletta delle parti del vostro romanzo (scene descrittive, scene d’azione, dialoghi ecc.) prima di iniziare a scrivere. Se le parti non sono in armonia tra loro, se le scene descrittive sono più lunghe delle altre o in eccesso, rispetto al contenuto del romanzo, tagliate. E poi, rileggetevi ad alta voce, una volta finito di scrivere. Vi annoierete da soli, quando l’eccesso di descrizione avrà preso il sopravvento.

Buona scrittura!

Buongiorno amici autori e colleghi editori! Finalmente, l’agenzia riparte anche con le pubblicazioni degli autori più meritevoli, che abbiamo scelto tra le centinaia di proposte pervenute in agenzia.

Tra questi, ho deciso di rappresentare un promettente autore, Stefano Ponti, che ci ha fatto leggere ben due anni fa – prima della pandemia – un romanzo molto particolare, Il leone e la bambina, scritto in dialetto romanesco e basato su una storia vera raccontata tra i vicoli del Portico d’Ottavia, zona centrale di Roma, suggestiva e pittoresca, purtroppo scenario di eventi storici tristi durante il secondo conflitto mondiale.
Attraverso gli occhi di una bambina, ripercorriamo le tappe della deportazione degli ebrei romani, di cosa volesse dire fare la fame anche in città, di com’era Roma in quel periodo storico. Gli occhi sono quelli di una bambina, divenuta però adulta troppo presto.
Questa storia è piaciuta all’editore ENSEMBLE, che saluto e ringrazio per la pubblicazione, che avverrà entro fine anno, in tempo per la fiera Più libri più liberi di Roma, alla quale parteciperà anche l’autore Stefano Ponti.

SINOSSI

“Solo a Roma, ci si può preparare a comprendere Roma”, aveva detto Goethe, durante uno dei suoi soggiorni nella Città eterna. E solo a Roma, “dove tutto è pubblico e niente è privato”, ci si può imbattere nella Storia, attraverso le storie della sua gente.
E, tra il 1939 e il 1943, di storie non possono che essercene tante, soprattutto in quel maledetto sabato 16 ottobre, in cui i nazisti occuparono l’antico Ghetto, città all’interno della città, tracciando una ferita che solo il Tempo potrà, forse, rimarginare.
Tina Inguscio è una bella ragazza che si innamora del carismatico Alessandro Moschetti, caporale maggiore dell’Esercito. Quando lei scopre di essere incinta, è consapevole che la sua favola volgerà presto al termine, perché soffre di un cancro incurabile. Laura Borsaroli è una bambina ebrea che, con il terrore negli occhi e la paura di non rivedere più i suoi genitori, trova riparo a casa di Diego Magnaccioni, un ragazzo benestante ma con alcune problematiche fisiche, che ha un’unica, grande passione: il buon cibo romano.
Le loro storie, raccontate anni dopo tra caffè e dialoghi in romanesco, ci mettono in mano un libro prezioso, capace di emozionare il lettore e, pagina dopo pagina, catturarlo con la sua forza espressiva e la capacità di raccontare l’amore e l’amicizia nelle forme più pure.

L’AUTORE

Stefano Ponti ha pubblicato due raccolte di poesie: Poesie d’un tempo adesso (2009) e Poesie nel tempo adesso (2010) e i romanzi: Le ali del cuore (2011) e Ti regalo il male (2014), riscuotendo un buon successo di pubblico.

Buona lettura, e alla prossima!

Agente Letterario e la collana Psiché. Benessere della mente, targata Astro edizioni, promuovono i corsi di BOOK THERAPY. Leggiamo insieme i più grandi classici di tutti i tempi e riflettiamo sui loro messaggi, che toccano vari aspetti dell’animo umano. Il tutto, insieme alla professionalità della psicoterapeuta Michela Cavaliere. Ecco, nelle parole della dottoressa Cavaliere, come si articolerà il corso e perché è utile frequentare.

Esistono tanti tipi di terapia psicologica, alcuni di essi molto specifici per la cura di stati d’ansia, difficoltà relazionali e depressione. La biblioterapia, o book therapy, si serve della lettura per affrontare temi e problemi di bassa e media entità. 

Ma è davvero utile? 

Possiamo curarci sul serio leggendo libri? 

Partiamo dal presupposto che leggere fa bene, alla mente cognitiva e all’umore. Ritagliarsi un momento per se stessi, anche solo un quarto d’ora, permette di allontanarsi dai propri problemi e dai pensieri negativi e calarci nelle vicende del protagonista. Che siano storie drammatiche, romantiche, avventurose o d’investigazione, quasi come nei sogni, la nostra mente trova una fuga dalla realtà e, finalmente, respira! 

Non esistono controindicazioni: leggere un libro richiede un impegno che viene ripagato con un coinvolgimento emotivo che scarica le nostre tensioni e ci permette di sciogliere nodi quotidiani. 

Come reagisce il protagonista a quel problema?

Vincerà le sue paure? 

Seguirlo nelle sue vicende, tifare per lui e vederlo superare una difficoltà dietro l’altra crea in noi la sensazione che possiamo fare altrettanto, che non siamo soli nei nostri drammi e che possono esserci strategie che non avremmo mai pensato di mettere in atto.

Ebbene sì, tutto questo avviene senza che ce ne rendiamo conto! Ma alcune volte siamo talmente stanchi, desolati e nervosi che leggere un libro può sembrarci inutile. 

Con la book therapy, però, non siamo soli: possiamo affrontare paure e desideri, il dolore di una separazione, il lutto per la perdita di una persona cara, l’indecisione di fronte a una scelta, accompagnati da un terapeuta e da un gruppo di persone che possono darci un utile spunto di riflessione e aiutarci a compiere un vero cambiamento.

Che sia in gruppo o durante incontri individuali, la guida esperta di uno psicoterapeuta permetterà di riscoprire archetipi ed emozioni sopite, aiutando nella risoluzione dei disturbi che peggiorano la propria vita fino all’emergere di nuovi punti di vista. 

Buona lettura a tutti!

I moduli del corso di Book Therapy

  1. Modulo 1 Dracula (NOVEMBRE): si andrà lavorare sulle relazioni tossiche, ovvero sulla propria fragilità e l’esposizione a persone che vampirizzano le nostre emozioni. 
  1. Modulo 2 Cime Tempestose (GENNAIO): l’eterna ambivalenza delle relazioni tra amore e odio.
  1. Modulo 3 Frankenstein (FEBBRAIO): la psiche del mostro che è in noi, tra solitudine e lutto. Si parlerà inoltre delle figure genitoriali manipolatorie e onnipotenti, di come influenzino la propria autostima e della paura dell’abbandono.
  1. Modulo 4 Il ritratto di Dorian Gray (MARZO): i temi che verranno trattati nascono dal nodo del narcisismo patologico e la paura dell’invecchiamento, ovvero la non-accettazione di sé. È possibile stare insieme a una persona narcisista? Come ci si difende?

Costi classe: €120/1 modulo o €400/4 moduli (min 5 max 10 partecipanti)

Costo individuale: €150/1 modulo o €500/4 moduli

NB: I costi sono PRESTAZIONE SANITARIA, quindi sono detraibili.

 

Michela Cavaliere

Psicologa e psicoterapeuta, ha studiato presso l’Università degli Studi di Genova e si è specializzata in psicoterapia con adulti, coppie e minori. Ha effettuato un master in psicoterapia psicoanalitica presso la Tavistock Clinic di Londra e si è specializzata nei disturbi legati all’umore, all’ansia e alla sessualità. Infine, negli ultimi anni, ha unito alla pratica terapeutica anche gli strumenti dell’induzione ipnotica e di book therapy.

Scrittrice e curatrice della collana “Psiché. Benessere della mente”, ha da sempre una passione per i libri che non sono solo strumento di piacere e rilassamento, ma permettono anche l’occasione di crescere e di curare le proprie ferite. 

Inizia la mia mattina al solito bar, per un caffè.
‘Hey, Astro!’ (Il barista pensa che il mio cognome sia Astro, ma è il marchio della mia casa editrice. Lo sa, però ormai per lui io sono ‘Astro’). Oggi è venerdì 17, ti faccio il caffè più forte’.

Ringrazio e mi faccio la mia (prima) dose di caffeina. Oggi è una lunga giornata: incontro con le PMI in centro, vestito elegante e tacchi alti (che non porto da almeno 4 anni, da quando è nato mio figlio). Per fortuna che ho perso 20kg, se no i pantaloni eleganti non mi stavano. Comunque, è venerdì 17? Che importa, tanto io non sono superstiziosa.

Prendo la macchina, la mitica ‘Astromobile’, sulla quale campeggia il motto di Astro edizioni: ‘Astro chi legge’.
Chi è romano o conosce Roma, leggerà questa frase con la cadenza A’ STRO’ chi legge, con sottile ironia e un gesto della mano che ti invita ad andare in un luogo più o meno bucolico. By the way, l’idea del motto di Astro è di mio marito, quindi prendetevela con lui (scherzo, io lo trovo geniale!).
Girando per Roma, anche in qualche quartiere poco raccomandabile (non faccio nomi), ho spesso paura che qualcuno si senta offeso da A’ STRO’ e mi insegua con fare minaccioso. Per fortuna, non è mai successo. Finora.

Comunque, tornando a questo venerdì 17, mi appropinquo verso il centro città.
20 chilometri.
Le scuole sono appena iniziate.
Oggi, piove. La prima pioggia dopo 3 mesi. Sebbene siamo in campagna elettorale, certe cose non cambiano mai, a Roma: le strade si bloccano anche con qualche goccia di pioggia. Ma oggi è sempre venerdì 17.
Quindi, c’è pure sciopero. Di quale sigla non si sa, chi aderisce nemmeno. Fatto sta che di sicuro la metto sarà bloccata (non è una novità). E, infatti, la metro è a mezzo servizio (non che a intero servizio sia meglio, però…).

Insomma, dalla ridente Ostia, località che nell’antichità era rinomata per i suoi scambi commerciali (e i cocci rotti degli scambi andati male ammucchiati a formare il Monte Testaccio – sì, è un mondezzaio antico, non è un monte naturale!), da Ostia – dicevo – per fare 20 chilometri impiego un’ora e mezza. Per fare 20 chilometri. Ci metto meno ad arrivare a Napoli.

Ma io non sono superstiziosa. Vedrai che il parcheggio lo trovo, basta concentrarsi e… dopo un’altra mezz’ora di giro in altro traffico e intorno agli edifici di epoca Balilla (sì, a Roma abbiamo ancora edifici con le scritte originali fasciste), la Astromobile accende la spia della riserva.

Getto la spugna, ed entro in un parcheggio privato.
‘Signora, è pieno’.
È venerdì 17, adesso comincio a credere alla sfiga anche io.
‘Ma se dice al mio collega che stamattina ha prenotato…’.
‘Ho prenotato!’.

Mollo l’Astromobile e corro (sui tacchi alti che non porto da 4 anni) al convegno con le piccole e medie imprese.
Per fortuna, l’evento è estremamente interessante, ho scambiato parole, idee e contatti, ho materiale per i miei articoli.

Trovo una trattoria casalinga dove mi concedo misticanza ripassata e pasta casareccia con le alici. Apoteosi: uno dei dolcetti preferiti da mio nonno: le pesche al vino. E poi ditemi che il cibo non è amore e bei ricordi d’infanzia e del sapore e dell’odore dei nonni!

Mi alzo col sorriso sulle labbra, riprendo la macchina, pagando la fattura che ho costretto il gestore del parcheggio a emettere. Mi ributto nel traffico, un signore attraversa (ovviamente non sulle strisce, altro vezzo di questa città).

Sto per inveire contro di lui, che si gira e legge ad alta voce ‘Astro chi legge!’, sorride, fa una foto e mi saluta.
Sorrido di nuovo anche io, il traffico è smaltito, ritorno a Ostia nei soliti 40 minuti di rito. Ah, ha smesso di piovere e vedo filtrare tra le nuvole un raggio di sole e lo spicchio azzurro del tipico cielo sopra Roma. Dopotutto, questo venerdì 17 non è andato poi così male!

Alla prossima.

Bentornati, amici autori e colleghi editori. Questa stagione autunno-inverno segna un bel passaggio. Dallo stallo di eventi e fiere, finalmente possiamo tornare a vederci dal vivo. A ottobre, infatti, ripartono le maggiori fiere di settore (del libro, di fumetti e giochi), quindi avremo modo di ritrovarci, o conoscerci per la prima volta di persona.

Per inaugurare una nuova stagione editoriale, io e il mio staff abbiamo deciso di raccogliere tutte le vostre domande, tutti i vostri dubbi sorti negli ultimi dieci anni del nostro lavoro, e possiamo quindi partire con il nostro “Corso di scrittura creativa. Dalla pagina bianca, al libro pubblicato in libreria”. Sarà un modo per rispondere a tutti voi in modo chiaro, pratico e preciso. Ho coinvolto diversi professionisti, in vari ambiti dell’editoria, e lo scopo che ci siamo prefissati è sia quello di dare nozioni teoriche e pratiche di scrittura creativa, promozione, diffusione e pubblicità libraria, sia raccontare esperienze di vita lavorativa vissuta in questo settore.

Un autore alle prime bozze è, spesso, confuso. Naviga sul web e non sa come muoversi, gira, si confronta, ma trova tutto e il contrario di tutto. Noi parleremo con chiarezza di tecniche base e avanzate di scrittura, ci soffermeremo sulla psicologia dei personaggi, grazie al sostegno della psicoterapeuta e autrice Michela Cavaliere; giocheremo “a carte” insieme, per costruire le nostre trame; leggeremo e studieremo libri di scrittura e bestseller internazionali; parleremo di editing e traduzione con la professionista Francesca Noto; passeremo per l’analisi del contratto editoriale, grazie all’avvocato esperto di Diritto d’Autore, Marina Lenti; studieremo le migliori strategie per pubblicare; parleremo di marketing del libro; approfondiremo l’ufficio stampa e i social network, grazie ai consigli della social media manager Alessia Tuzio.

Un libro, infatti, parte dal vostro sogno, pian piano acquisirete le tecniche per metterlo nero su bianco, con gli strumenti di scrittura più diffusi e le tecniche più attuali. Infine, capirete come muovervi nella giungla editoriale, come presentarvi a un editore, a un agente letterario; come iniziare a creare un proprio pubblico, a farvi conoscere e a promuovervi. Perché, oggi, non basta saper scrivere bene, ma metterci anche la faccia ed esporsi come personaggio autore è fondamentale.

Di dritte e idee ve ne forniremo tantissime, e insieme potremo realizzare il vostro sogno di avere il libro pubblicato in libreria e, perché no, promosso nel giusto modo.

Ad aprire le danze, i nostri primi studenti iscritti già dal 20 settembre, ma il corso sarà attivo e aperto tutto l’anno. Per ulteriori dettagli, contattatemi pure attraverso la form sul mio sito web: www.agenteletterario.it.

Vi aspettiamo!

Colui che racconta storie, lo storyteller, è da sempre personaggio di grande fascino. In talune culture, viene dotato anche di particolari poteri, come quella di plasmare la realtà a piacimento.

E se oggi comunicare e proporre un brand fosse sinonimo di saper raccontare bene una storia? 

Magari, sfruttando anche le più moderne tecnologie di realtà virtuale, o realtà aumentata?

Lo storytelling, allora, diventa un modo di raccontare non tanto il marchio, quanto i valori di un’azienda, finanche trasmettere delle emozioni. Il consumatore è sollecitato da una miriade di stimoli, a qualunque ora del giorno e della notte; è sempre più attore della comunicazione, veloce, persuasiva. Perché sia persuasiva, bisogna dunque che faccia leva sulla vita di ogni giorno, sia breve e sappia emozionare, quindi toccare corde profonde.

La redazione di Agente letterario si occupa da qualche tempo di valorizzare brand attraverso lo storytelling, utilizzando tecniche di scrittura e narrazione e mezzi sempre più moderni: dai video brevi ed emozionanti, ai libri per bambini pop up e con carta di altissima qualità e cartotecnica, fino a file audio e audiolibri, passando per videogiochi e librogame interattivi.

Tra i nostri partner d’eccezione, troviamo Idra Interactive Studios e VIGAMUS Academy. Loro è la produzione di Code#DNA, un videogioco applied game o serius game, sviluppato per il Centro di Antropologia molecolare per lo studio del DNA antico, presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Gli studenti, ma anche semplici curiosi della materia, in pratica, studiano E giocano, anteponendo così il fine informativo, didattico e promozionale dei corsi a quello puramente di intrattenimento.

Questo è solo un esempio di come lo storytelling, unito alle più moderne tecnologie e all’interattività, possono coinvolgere un pubblico più vasto che in passato, riportando anche le nuove generazioni all’amore per le storie. Immaginate, allora, come possa essere utile anche alle aziende, per creare brand awareness, attraverso l’interattività e la diffusione di QRCode, semplici immagini grafiche contenenti programmi o videogiochi interattivi “seri e applicati”, relativi ai propri prodotti o ambiti di business. Perché l’innovazione e la pubblicità passano anche dal connubio narrazione e interazione, verso il futuro della comunicazione: saper raccontare ed emozionare con il proprio brand.