Ieri ho letto una storia che non conoscevo, e che mi ha commosso. La storia della poetessa bambina, Raffaella La Crociera.
La ragazzina, malata da tempo di una malattia rara per la quale i genitori avevano speso tutti i loro soldi in cerca di una cura, è nota per la sua ultima, semplice e meravigliosa poesia: Er Zinale, il grembiule dei bambini romani che vanno a scuola. Il suo grembiule, quello che non poteva più indossare.
Nel 1954, anno in cui Raffaella ha scritto la poesia, alluvioni devastanti hanno colpito la Costiera Amalfitana. Lei, sul letto, ha mandato alla Rai la sua Er Zinale, con una breve lettera d’accompagnamento: ‘Sono molto malata, i miei genitori non possono donare soldi, ma io vi dono questa mia poesia per contribuire’.
La storia ha commosso talmente tanto gli italiani che la poesia, messa all’asta, ha fruttato una somma altissima per l’epoca, destinata alle popolazioni in difficoltà. Raffaella ha ascoltato tutto alla radio e le sue lacrime – le ultime, visto che è morta poco dopo – sono state di gioia per aver donato un pezzetto della sua anima e avere, così, aiutato tanta gente.
La scrittura, nella sua forma più alta, ma non di tecnica, non di nomi blasonati e nemmeno di marchi editoriali conosciuti, è questo: donare la propria anima e ricevere l’energia del pensiero costruttivo e positivo, frutto di esperienza ed emozioni di chi scrive e chi legge. Lo scambio diventa un tesoro che, come nel caso di Er Zinale, è stato un aiuto monetario per tante persone. Auspico di leggere più spesso storie come questa, in cui la scrittura diventa arte con uno scopo, nel suo apice più bello.
Per chi volesse leggere la poesia di Raffaella La Crociera, ecco qui il testo integrale:
Er Zinale

Giranno distratta pe casa,

tra tanta robba sfusa,

ha trovato: ah! come er tempo vola,

er zinale de scola.

Nero, sguarcito,

Un pò vecchio e rattoppato,

è rimasto l’amico der tempo passato.

Lo guarda e come se gnente fusse

a quell’occhioni

spunteno li lucciconi,

e se rivede studente

allegra e sbarazzina

tanto grande, ma bambina.

Lo guarda e come un’eco risente

quelle voci sommesse: Presente!

Li singhiozzi, li pianti,

li mormorii fra li banchi,

e senti…senti…

pure li suggerimenti.

Tutto rivede e fra quer che resta,

c’è la cara sora maestra.

Sospira l’ècchese studente, perché sa

che a scola sua non ce potrà riannà.

Lei cià artri Professori, poverina.

Lei cià li Professori de medicina.

Da qualche anno, noto un proliferare di corsi di scrittura creativa anche qui in Italia. Fenomeno Made in USA, dove la scrittura professionale e creativa è un mestiere che si insegna anche all’università, qui da noi per la maggior parte (fatte le dovute eccezioni con una storia decennale alle spalle) simili scuole sono create per chi ha poco tempo, quindi con corsi sempre più snelli e veloci.

La professionalità dei docenti che tengono i corsi di scrittura creativa è spesso ottima, soprattutto nata sul campo, dopo anni di lavoro in redazioni e con centinaia di autori.
Di recente, un libro cerca di smontare le scuole di scrittura creativa, criticando chi insegna a omologare stili e scelte narrative, quasi che a vendere fossero sempre e solo certi modelli. Il che, da un lato, è vero: moltissimi editori hanno collane di successo, con un pubblico fidelizzato, che vuole quello e soltanto quello stile. Ma davvero insegnare tecniche uguali a loro stesse può chiamarsi creatività?
Ora, se un autore parte da zero, una buona scuola di scrittura gli insegna a studiare libri belli e anche libri brutti, a capire il motivo della differenza fra i due, a copiare tante tecniche. Può farlo anche da autodidatta, certo, ma ci vuole più tempo, i rischi sono di buttarsi in un’editoria dai contratti dubbi, fino a brancolare nel buio per quanto riguarda la promozione.
Quindi, io sono tra coloro che stra-consigliano le scuole di scrittura. Quel che critico, e qui mi allaccio al nuovo saggio che millanta la chiusura di tutte le scuole di scrittura creativa, è proprio nel termine ‘creatività’.
Si possono insegnare le tecniche, si può spiegare la differenza tra un libro bello e un libro brutto, si può insegnare a leggere e scrivere in un certo modo.
Ma nessuno può insegnarvi a essere creativi. Se per creatività si intende tirare fuori la propria identità di autore, la propria passione e il gusto per quel che si scrive. Far nascere le idee, ecco, questo non può insegnarlo nessuno.
Quindi, bene che ci siano sempre nuove scuole di scrittura ma, amici autori, lasciate che la vostra creatività emerga anche oltre la tecnica: sognate a occhi aperti nuove storie e nuove trame, magari mentre vi dedicate ad altro.
Io le mie storie le creo quando sono rilassata, oppure quando faccio azioni ripetitive, come guidare.
Perché la creatività non si insegna, ma è in ognuno di noi, nella nostra anima. Basta pigiare il tasto giusto della coscienza, e accedervi sarà più facile.
Buoni sogni, allora, e alla prossima trama che, se vorrete, leggerò insieme a voi.

Buongiorno, amici lettori e scrittori! In questa quarantena qualcuno di voi ha letto di più, altri hanno trovato il coraggio di finire il libro nel cassetto. Insomma, per qualcuno è stato un periodo di grande creatività.

Per me, mamma da due anni e mezzo, è stato anche un modo per comprare nuovi libri per bambini, che hanno quasi sempre un risvolto utile e di insegnamento. Adoro ad esempio il topolino che guarda nel pannolino dei suoi amichetti animali, per scoprire poi che la cacca si può fare anche nel vasino. Mio figlio lo adora! E ho puntato su libri da adulti di psicologi ed esperti di infanzia, così da farmi una cultura personale in merito.
I libri, quindi, hanno sia scopo di evasione, sia scopo didattico o, ancora, di consigli pratici. Ad esempio, lo stress accumulato da noi adulti, spesso, si può mitigare praticando sport, uscendo e facendo attività ludiche. Tra queste, molto divertente l’iniziativa dei libri illustrati per adulti, che invitano a colorare per farsi passare la rabbia. Ecco, la genialità del prodotto ha puntato anche su questa crisi coronavirus: è uscito un nuovo albo da colorare per adulti, che invoglia a sfogarsi a male parole contro tutti e nessuno. Sempre con ironia.
E per voi, amici, quale scopo ha un libro che vi piace? Cosa cercate nelle vostre letture? Fatemi sapere e alla prossima!

Il “buon” vicinato, si sa, è cosa rara. Da che ho memoria, le riunioni di condominio sono delle faide infinite, tra co-residenti di uno stesso edificio. E, nelle città italiane, sono spesso chiassose, dato che i palazzi sono giganteschi formicai. Di rado ho assistito a riunioni pacifiche, di rado ho incontrato vicini piacevoli e, in un solo caso, amici. Ma… c’è un ma.

Il lockdown, la chiusura forzata dovuta al Covid-19, per ridurre il contagio da coronavirus, sta obbligandoci a riscoprire il vicinato. Stavolta, buono per davvero.

Sì, perché se soltanto due mesi fa non sapevo nemmeno come si chiamasse il mio dirimpettaio, lo salutavo per educazione in quelle rare volte in cui ci incrociavamo (dati i ritmi serrati della vita quotidiana), adesso invece mi sono riscoperta una gran chiacchierona.

E, sembra, che le chiacchierate dal balcone stanno diventando sempre più diffuse, in un’Italia ancora persa nell’incertezza del futuro. Si vive nel presente, nelle proprie case, si riscoprono vecchi e nuovi rapporti, ci si parla per davvero, sebbene a uno o due piani di altezza diversa, invece che tramite smartphone.

Il che è arrivato alle orecchie di molti autori ed editori, tanto che si stanno diffondendo moltissimi “racconti dal balcone”, anche di autori affermati. Un modo per fare narrativa che spiega come le storie, forse le più vere, vengono dal proprio vissuto quotidiano: inutile cercare una trama chissà dove, lontano nel mondo, quando basta soltanto aprire una finestra.

I diritti d’autore, in moltissimi casi, sono anche devoluti in beneficienza, il che mostra come la scrittura, oltre a essere terapeutica e un passatempo, può anche essere davvero utile.

Quindi, come sempre, buona lettura e… buone chiacchierate dal balcone, anche nei prossimi mesi perché, certe volte, un vicino può essere anche un “buon” amico.

Buongiorno, amici scrittori, lettori e colleghi editori. Spesso, mi trovo a rispondere allo stesso modo a domande molto simili tra loro, da parte di autori emergenti o anche professionisti, che non hanno ancora mai lavorato insieme a un’agenzia letteraria o ad un agente letterario. Per questo, ecco qui 10 domande FAQ e 10 risposte!

NB: Non potrò essere del tutto esaustiva, in questo sito web avete i miei contatti e potete chiamarmi o scrivermi una mail, per avere ulteriori chiarimenti.

1) Se acquisto una valutazione tecnica, oppure un editing, o qualunque altro servizio di agenzia, la rappresentanza è poi inclusa, certa e automatica?

Purtroppo, no. La rappresentanza scatta quando un manoscritto non solo è di buona oppure ottima qualità tecnica, ma anche quando l’autore ci mette impegno e fa proposte di promozione, o ha un curriculum interessante e, infine, soprattutto se il testo presentato è commerciale, attuale e spendibile sul mercato.

2) Cos’è la rappresentanza?

Un servizio di intermediazione: l’agente letterario fa da tramite tra l’interesse dell’autore (ottenere la miglior pubblicazione possibile, con un buon marchio editoriale e pagata bene) e l’interesse dell’editore (pubblicare testi spendibili sul mercato, con autori che amano collaborare attivamente).

3) Se mi rappresenti tu, poi sarò pubblicato?

Non è detto. O meglio, le possibilità di essere pubblicati (e bene), attraverso un’agenzia letteraria che offre consulenza tecnica, aumentano moltissimo. Migliora anche la consapevolezza dell’autore nei confronti del contratto editoriale che sta per firmare.

I vantaggi sono indubbi, soltanto che la certezza di arrivare alla pubblicazione non si può dare: le spese di pubblicazione sono appannaggio dell’editore, che investe di tasca sua. Nessun agente può mettere le mani in tasca a nessun editore, per costringerlo a pubblicare. Bisogna invece “convincere” l’editore, in un rapporto di fiducia, per “vincere insieme”.

4) Puoi dirmi gli editori ai quali mi presenterai, anche senza aver valutato il mio manoscritto?

Magari, sarebbe bello saperlo a scatola chiusa! La scelta degli editori è uno studio tecnico e commerciale notevole.

Dapprima bisogna conoscere bene ciò che si rappresenta, il manoscritto, quindi conoscere anche il catalogo di quell’editore, avere modo di parlarci per capirne le tendenze, studiare l’attuale mercato. È un’analisi commerciale e di prodotto molto complessa, che va ponderata per bene.

5) Cos’è una valutazione tecnica?

La valutazione tecnica è un’analisi di stile e intreccio, contenuti e personaggi, ritmo e congruenza, dialoghi e lessico. La valutazione è anche commerciale: che vendite nell’attuale mercato potrebbe avere il romanzo? Si può posizionare su quale scaffale e perché?

Il tutto viene scritto su una scheda molto analitica, con consigli e suggerimenti pratici. Sta poi all’autore sistemare il romanzo, così che eventuali difetti riscontrati siano tolti.

6) Come funziona la rappresentanza a percentuale?

Se il romanzo è buono e commerciale, l’agente letterario può offrire la rappresentanza.

Di solito, questa è a percentuale sulle vendite del libro pubblicato, in pratica l’agente prende una percentuale sui diritti d’autore/royalties (che vengono dati dall’editore sia come anticipi – non sempre -, sia come pagamento sul venduto).

7) E non si può andare subito in rappresentanza, senza per forza dover passare per la valutazione tecnica?

I casi in cui decido di andare subito in rappresentanza a percentuale sono pochissimi, forse uno o due all’anno. Perché l’autore ha già lavorato con me e c’è un rapporto professionale di fiducia; perché il curriculum è davvero ottimo; perché l’idea è richiestissima, attuale e vincente.

Il motivo per cui faccio PRIMA una valutazione tecnica è presto detto: soltanto 1 manoscritto su 100 che leggo (anzi, forse anche meno) può davvero andare in rappresentanza e sperare di vendere qualcosa, in questo mercato saturo!

8) Io non posso e non voglio spendere nulla. C’è comunque modo di collaborare? Sento che il mio romanzo può davvero funzionare!

Certo, c’è il servizio di valutazione gratuita: presentami un progetto, l’idea dietro al tuo manoscritto; la sinossi, la struttura e quello che vuoi comunicare. Mandami la tua biografia, fammi davvero capire chi sei e quanto vali, quali sono le tue passioni e di cosa ti occupi. Mandami UN SOLO capitolo in valutazione, quello che secondo te è il più rappresentativo del tuo manoscritto.

E poi sentiamoci, parliamoci, se possibile incontriamoci anche. Un caffè e una chiacchierata non si negano a nessuno. Se mi convinci, io senz’altro leggerò gratis questo materiale fornito (progetto, sinossi, biografia e un solo capitolo a scelta) e potrò già farmi un’idea.

9) Io non ho bisogno di un agente letterario, io posso cercare l’editore da solo.

Certo che puoi. Molti autori emergenti hanno trovato da soli l’editore giusto per loro, qualcuno ha anche pubblicato con marchi noti e commerciali. È possibile!

Non tutti hanno però tempo o modo o voglia di farlo, oppure dopo mesi e mesi di ricerche, non ricevono risposta, le mail tornano indietro, le redazioni non rispondono, o rispondono solo quelle a pagamento… l’agente letterario o l’agenzia letteraria possono bypassare questa lentezza burocratica e far leggere in meno tempo il manoscritto, alla persona giusta, sapendo che presentano solo testi già puliti e corretti, di buona o anche ottima qualità. E sanno riconoscere un contratto editoriale ben fatto da uno di “dubbia” qualità.

10) Ti occupi anche di promozione? Io ho già pubblicato il libro, ma non so come muovermi…

Certo! Per gli autori di agenzia lo facciamo di default, compreso nella rappresentanza; offriamo servizi anche per autori che non hanno mai lavorato prima con noi.

L’agenzia letteraria organizza eventi, firmacopie, presentazioni presso grandi fiere dell’editoria, in tutta Italia, festival di letteratura. Collabora anche con associazioni culturali e luoghi di cultura, dove è possibile vendere direttamente i libri. Abbiamo una risorsa che collabora con scuole e università, oltre che con blog, uffici stampa e testate giornalistiche radio, tv, online, carta stampata. Insomma, la promozione è a tutto tondo.

Se cerchi ulteriori informazioni, buona navigazione sul mio sito web e sul mio blog!

Quanti autori ho conosciuto, in quasi 15 anni di onorato servizio in Editoria, che si perdevano nei meandri delle belle parole, nelle proprie incertezze. Quanti innamorati dei dettagli, che però perdevano di vista l’obiettivo di chiudere il manoscritto per tempo, così da consentire all’editore di farlo uscire per questa o quell’altra fiera di settore.

Tanti, troppi, oserei dire.

Uno degli errori che più fanno gli autori in erba – certe volte capita anche ai professionisti più narcisisti – è proprio quello di innamorarsi delle proprie parole, dei dettagli, persino delle virgole che hanno messo su carta. Passano ore e ore a rileggere i paragrafi o i capitoli precedenti. E altrettante ore le perdono a riscrivere quanto già è messo nero su bianco, invece di procedere e arrivare a “mettere la parola fine”.

Questo succede persino quando il manoscritto è finito, l’editore ha eseguito l’editing (a fatica, con dure lotte tra editor e autore), e quando il file è impaginato dai grafici. Tantissime volte, infatti, ho visto impaginati consegnati all’autore per la consueta verifica delle bozze tornare indietro alla redazione con interi brani stravolti, riscritti, rielaborati. Dicendo peraltro la stessa cosa, ma in modo diverso, “più bello”.

Il che, al di là degli anatemi lanciati dagli editor e dai grafici all’autore, crea non pochi problemi. Di tempo e di denaro, di lungaggini infinite e discussioni malsane. Finché, l’editore si impunta e decide di rimandare l’uscita del romanzo “a data da destinarsi”, oppure rescinde il contratto.
Chi di voi, autori che mi segue, ha mai fatto l’errore di innamorarsi delle proprie parole, così tanto, da cambiarle di continuo? Ebbene, sappiate che non è per nulla proficuo.

Cosa fare, dunque? È bene avere una scaletta in testa o scritta, darsi dei tempi di scrittura, sia giornalieri, sia generali (es. quanto voglio impiegarci per scrivere questo libro?), quindi scrivere TUTTO, dalla prima all’ultima parola, e rileggere soltanto quando si è davvero finito di scrivere. E poi, affidarsi a tecnici, editor o agenti letterari, beta reader amici e professionali, lasciarsi guidare. Così, il romanzo sarà davvero pubblicato e sarà pronto a “lasciare il nido”, la mente e il cuore dello scrittore, per affrontare il mercato. Proprio come ogni bimbo, alla fine, fa: anche l’autore deve prima o poi tagliare il cordone ombelicale col suo manoscritto e lasciare che diventi libro e si confronti col pubblico, per tornare indietro sotto forma di acquisti e recensioni, come esperienza acquisita. Fino alla prossima idea da mettere su carta.

Buona scrittura!

Leggere non è essenziale alla salute. Alla salute mentale e psichica senz’altro, ma non a quella corporea, così sotto pressione.
Quindi, chiuse le librerie, fiere editoriali internazionali rinviate a data da destinarsi, Amazon che spedisce beni di prima necessità e lascia i libri in magazzino.
Il che si traduce in aziende che richiedono la cassa integrazione, in un 25% in meno di novità prodotte sul mercato 2020, con conseguente minor incasso per la filiera del libro tutta (editor e agenti letterari, uffici stampa, librerie di catena e indipendenti, tipografie, grafici, social media manager, illustratori, traduttori…).
Qualcosa di buono, in questo scenario apocalittico, voglio trovarlo. Intanto, le consegne a domicilio sono consentite, sia per food, sia per i libri. Agli italiani a casa gli editori e i librai stanno spedendo direttamente i volumi che richiedono: abbiamo una connessione, sfruttiamola anche per scaricare eBook, oppure per ordinare dai siti web delle librerie e degli editori.
Si moltiplicano le iniziative di lettura online, da parte di gruppi social attivi.
Nel marasma dell’eccesso di produzione (60mila nuovi titoli all’anno sono una follia!), un taglio alle novità in uscita può soltanto fare bene, in un sistema di distribuzione e resi al collasso, questo stop forzato ci voleva.
Mai come oggi ho visto solidarietà tra colleghi, tra associazioni di settore. Queste ultime, non me ne vogliano, finalmente stanno sollevando un polverone, nell’ambito editoriale, perché la categoria venga ascoltata e sostenuta dal Governo.
Molti cadranno, altri soffriranno, altri ne usciranno vincitori. La differenza la farà, come sempre la Storia insegna, chi sa incassare bene e mantiene fisso il proposito: fornire al pubblico libri con un motivo di essere, con uno scopo, tornare a fare Cultura con la C maiuscola, perché torni a essere essenziale e di prima necessità, soprattutto quando le persone sono spaesate. Un libro può donare sicurezza e rasserenare, e di questo ce n’è sempre tanto bisogno.
Buona lettura (da casa) a tutti!

Molti autori spesso mi contattano con un sogno: vogliono “vivere” di scrittura. Ovvero, guadagnare, attraverso quel che scrivono, abbastanza tanto da pagare i conti, le bollette, il mutuo…

Ebbene, conosco vari professionisti che, tra alti e bassi, gioie e dolori, vivono oggi di scrittura. Scrivono anche libri, senz’altro, ma più spesso sono specializzati in scrittura tecnica (giornalisti, recensori, critici, sceneggiatori).

Per questo, oggi lascio la parola al mio amico e collega di penna Jack B. Roland (pseudonimo di Giacomo Berdini), che scrive e lavora per tv e cinema.

Ciao Giacomo, parlaci un po’ di te…

Innanzitutto, grazie per avermi coinvolto. Ho quasi 35 anni, vivo a Milano e ho due gatti. Da circa dieci anni, lavoro come autore e sceneggiatore per televisione, commercials e cinema. Tra i lavori più importanti ci sono Serie Tv internazionali prodotte da Disney e DeAgostini, per cui ho scritto e spesso seguito sul set la lavorazione di progetti come “Alex & Co.”, “Penny on Mars”, “New School”. Nell’ultimo anno, ho messo in cantiere una serie Fantasy sviluppata per Cross Production, ma è ancora presto per parlarne… al momento, incrociamo tutti le dita nella speranza che si parta al più presto con la scrittura.

Come sei entrato nel mondo della sceneggiatura?

Direi con tanta passione, impegno e un po’ di fortuna. La realtà è che non lo so con precisione; scrivo da quando sono piccolo. Il primo romanzo è capitato quasi per caso, a 16 anni. Poi, dopo la laurea in Storia, ho iniziato come giornalista, ma ho capito subito che non era la mia strada. Mi sono licenziato dalla testata in cui lavoravo e ho vinto una borsa di studio per studiare Sceneggiatura a Roma. Mentre ancora frequentavo i corsi, ho ottenuto un primo ingaggio a Milano, come stagista in un canale Sky. Da lì, tra alti e bassi, ho lavorato a tutto quello che mi è capitato a tiro. Poi, nel 2014, il film “Solo per il Weekend”, nato dalla tenacia mia e, soprattutto, del regista (Gianfranco Gaioni) ha aperto un po’ di porte, ma è comunque un ambiente in cui bisogna sempre dare il meglio e cercare di farsi notare, mantenere buoni contatti con le persone con cui lavori bene. A volte, i progetti hanno successo e le collaborazioni proseguono per anni, altre ci si perde per strada o si fanno dei fiaschi. L’importante è rialzarsi sempre e rimettersi in gioco.

Comunque, giusto per sfatare miti, non avevo conoscenze importanti, né parenti d’arte, né ho mai avuto raccomandazioni.

Hai qualche aneddoto, tipico del tuo campo, che vuoi raccontarci?

Aneddoti che definirei “tipici” no. È un ambiente che può sembrare fatto di magia e lustrini da fuori, ma non è così, una volta che si è dentro. Spesso c’è molta tensione, fatica, incertezza, frustrazione, ma non lo cambierei per nulla al mondo. Per me è il mestiere più bello, proprio perché io ho sempre scritto e avrei scritto comunque, in ogni caso, in un modo o nell’altro.

Cosa consigli a chi vuole intraprendere il tuo mestiere?

Non improvvisatevi. Studiate. Imparate i metodi e la struttura. Scrivete tanto, ma leggete di più. “Vivisezionate” i film che amate, perché la sceneggiatura ha una componente di architettura e di equilibrio che definirei più tecnica che artistica. Se non volete credere a me leggete “Save the Cat”.

Comunque, il consiglio più importante che darei è: non affezionatevi alle vostre idee. Siate pronti a buttare via tutto e ricominciare da capo, imparate a lavorare con gli altri, perché la vera creatività si trova nella sinergia della writers’ room, assieme ad altri autori.

Lo sceneggiatore non è un intellettuale solitario che sta sveglio la notte davanti al pc a macinare parole su parole. Si lavora in team. Prima di affrontare la pagina bianca, è importante avere un progetto chiaro e solido di quello che si deve scrivere, un percorso da seguire. L’ideazione è più importante della scrittura in sé. Perciò, non abbiate fretta di “buttare giù”; scrivere una buona sceneggiatura è come costruire una casa. Ogni parola è un mattone e, senza un progetto che funzioni… vi assicuro che la casa crolla.

 

Quindi, studiate, scrivete e riscrivete, e confrontatevi con chi ne sa più di voi. Così, la scrittura potrà diventare un giorno il vostro lavoro. Alla prossima!

Oggi, voglio dedicarmi a un concetto tecnico, di stile e lingua italiana: Paratassi vs. Ipotassi.

Quando un testo è scritto con frasi brevi, intervallate da molti punti di sospensione, ovvero da frasi coordinate, si dice paratattico.

La paratassi (dal greco, “accanto” e “disposizione”, disporre accanto) è tipica della lingua parlata, immediata, e di una lingua “semplice”, se vogliamo, con costrutti veloci. Ad esempio, la lingua inglese è di frequente una lingua “paratattica”, ricca di coordinate e frasi brevi. Nel parlato, per non perdere il filo del discorso, è più efficace usare la paratassi, mettendo i fatti l’uno dietro all’altro, spesso elidendo i legami logici tra un fatto e il successivo. A dare significato, aiutano poi anche altri elementi del linguaggio (il paraverbale, ad esempio). Per questo, quando un parlato viene trascritto, suona “strano”, è ridondante ed è pieno di sospesi, mente quando la persona parla dal vivo, è molto più chiara. Di paraverbale e non-verbale parleremo in un articolo successivo.

Quando si parla di ipotassi (dal greco, “sotto” e “disposizione”, disporre sotto), si fa riferimento a un testo complesso, pensato e ricco di subordinate, che chiarisce i rapporti di causa-effetto tra le frasi, ed è quindi tipico della lingua scritta. L’italiano, ad esempio, usa in media uno stile paratattico, che fa del nostro uno degli idiomi più belli, musicali e apprezzati al mondo. Di certo, per uno straniero, il modo di scrivere ipotattico non è semplice da acquisire, tanto che persino la forma mentis di chi impara la nostra lingua dovrà per forza cambiare, ampliarsi, in un certo modo.

Oggi, anche l’italiano sta subendo una forma di semplificazione, che per qualcuno può anche essere svilente. Io la reputo, invece, funzionale. Stiamo assistendo alla nascita di un linguaggio breve, veloce, pieno di ellissi e presupposizioni, allusioni e sottintesi, abbreviazioni. È la comunicazione nell’era dei social network. Attenzione che i messaggi brevi, essendo così sottintesi, non sono per nulla neutrali: se si pensa a quanti litigi e scontri nascono attraverso i social network, dove mancano elementi fondamentali di comunicazione (non-verbale, paraverbale su tutti!), è ovvio che il linguaggio si sta modificando, ma spesso in una direzione del tutto casuale. E non priva di conflitti.

Consiglio quindi a chi vuole scrivere un testo, dapprima di soffermarsi sul target a cui quel testo è rivolto, quindi a riflettere sul mezzo usato per diffonderlo. Una conversazione in chat è sì immediata, ma ha anche valore legale. Direi che è il caso di riflettere prima di parlare, come dicevano i nostri nonni e, oggi, ancora di più, è il caso di riflettere prima di… premere invio!

Alla prossima.

La maggior parte degli autori che mi contattano hanno alte (altissime) aspettative. 90 su 100 persone che hanno scritto un libro pensano che questo sia il futuro bestseller internazionale, e che loro diventeranno presto “famosi” e “ricchi”.

Poi, si scontrano con la dura realtà: mesi a cercare un editore, se non anni, nessuna proposta o solo a pagamento; oppure, quando arriva la pubblicazione gratuita, il libro in libreria non si trova, e alla fine il rendiconto è misero (ho visto venduti anche di marchi editoriali noti pari a 7 – sette – copie in un anno).

L’autore, allora, o pensa di essere incompreso e che editori e agenti letterari siano in errore (ho sentito dire molto peggio, della nostra categoria…), oppure pensa di non valere nulla e si chiude nella sua depressione, lasciando il romanzo nel cassetto.

Per fortuna, 10 persone su 100 che seguo hanno il coraggio, la voglia e la necessità di capire davvero, di informarsi, di imparare. Ed è su loro che, come agente ed editore, io punto.

In ogni caso, quando la storia che abbiamo in mente vale la pena, ovvero può interessare un pubblico più o meno ampio (che, quantomeno, esca dalla propria cerchia di amici e famigliari)? Quando vale la pena, per un editore o un agente letterario, investire tempo e denaro sopra un manoscritto, per di più di un autore emergente?

Un buon romanzo o racconto, una buona storia descrivono un aneddoto, un piccolo spicchio di realtà, e la rendono “significativa” e seducente: il non detto, la relazione tra i personaggi, lo stile narrativo, il lessico scelto con cura, i punti di svolta, l’intreccio, il ritmo, i dialoghi, saper sedurre attraverso le parole, far sembrare semplice l’uso di tecniche di scrittura molto complesse… avere uno scopo. Ecco, un buon libro, a mio avviso, è tutto questo e forse, soprattutto il suo valore è nello scopo che si prefigge. Perché scrivi, cosa vuoi comunicare? E per chi scrivi? Queste domande sono fondamentali in fase di progettazione di un racconto, e in fase di scrittura.

Se sai scrivere e hai esperienza narrativa (o saggistica), ma non hai un perché, ti sconsiglio di pubblicare, fermati. Se, invece, sai a chi rivolgerti, hai un perché e possiedi anche la tecnica, e pensi che la tua idea possa essere arricchita di significato, allora… buona pubblicazione!