L’elogio della lentezza, diceva Lamberto Maffei, invitandoci al pensiero lento. Oppure, per essere veloce, devi prima imparare a essere molto lento (Bruce Lee).

Insomma, ci troviamo in un momento in cui il sovraffollamento comunicativo, le continue notizie reperibili in ogni istante, ovunque e in qualunque momento, generano confusione. Se a questo si aggiunge che tutti possiamo commentare a casaccio, sulla scia di emozioni sempre più rapide, con un respiro superficiale e scarico di energia, è facile intuire come l’incertezza imperi. E non sempre è possibile trovare la lucidità che ci consente di vivere serenamente il presente, progettando il nostro futuro, passo dopo passo.

Tutto e subito, questo vogliamo. Dall’autore che, pur di avere il libro pubblicato ADESSO, non lo rilegge nemmeno e accetta compromessi (leggasi editoria a pagamento o vanity press), alla navigazione spasmodica e alla lettura veloce di messaggi sempre più brevi, di titoli sempre più eclatanti. L’informazione rimane superficiale, così come il respiro, frenetico e breve, che annebbia la mente e affanna l’anima.

Quando facevo la giornalista, la ricerca delle fonti era uno degli aspetti più complessi e anche più importanti del mio lavoro. Invece, oggi, mi sembra che l’informazione sia superficiale, votata ai click, piuttosto che all’approfondimento. Stessa cosa mi capita quando un autore mi presenta il suo manoscritto. La maggior parte delle volte è sciatto, poco approfondito, addirittura spesso non viene nemmeno riletto. Il tutto, per la fretta di arrivare chissà dove. Eh sì, perché anche gli obiettivi languono, sono sempre più vaghi.

Mi sembra che abbiamo tutti fame d’aria, se ci pensiamo, il Covid questo fa: non ci fa più respirare. Torniamo a prendere aria con lentezza, in profondità, e a buttare fuori ciò che non ci serve, a filtrare le notizie, a bloccare ciò che non ci serve più, a cercare informazioni con attenzione e a verificare le fonti. Andiamo alla fonte! Così, troveremo serenità e saremo di nuovo pronti a progettare il nostro futuro. Buon respiro a tutti.

Oggi, voglio presentarvi un amico autore, che ho incontrato ormai circa 10 anni fa, durante una fiera fantasy in uno dei bellissimi castelli della Lombardia.

Da Elvio Ravasio ho imparato la tenacia, la voglia di emergere e ho appreso anche qualche segreto del suo meraviglioso lavoro: rilegatore professionista, oltre che autore ormai conosciuto di fantasy per ragazzi e sci-fi.

Ciao Elvio, parlaci un po’ di te. So che ti occupi di libri da una vita… in cosa consiste il tuo suggestivo lavoro?

Ciao Francesca, come sai faccio il rilegatore e possiamo dire che ho dedicato la mia vita ai libri. Amo dare nuova vita agli oggetti che hanno segnato la nostra crescita, i nostri affetti, o hanno influenzato le nostre scelte.

Che sia un dizionario scolastico o un Promessi sposi di fine Ottocento non ha importanza, torneranno al loro splendore e potrete conservarli o logorarli di nuovo. Meglio la seconda, visto che ci campo!

Hai esordito con una saga di libri fantasy per ragazzi. Vuoi parlarci della tua esperienza?

L’intento principale di questa scelta era di scrivere una storia per mia figlia. Ho avuto un imprinting massiccio legato al fantasy e alla fantascienza, quindi mi è venuto naturale scegliere questo genere. Il primo libro, I guerrieri d’argento, è nato senza alcuna velleità editoriale ma, si sa, non siamo noi a scegliere il nostro destino.

Poi, come le ciliegie, un libro tira l’altro e mi sono trovato per le mani una saga di 4 episodi. Il percorso editoriale è stato impegnativo, sono partito dal basso e ho risalito la china un gradino alla volta con costanza e determinazione, fino a raggiungere i 15mila libri venduti a fine 2019.

Il tuo sforzo nel farti conoscere al pubblico è notevole, tanto che ti ha notato un editore più grande e, adesso, ti cimenti in nuovi generi letterari. Com’è stato questo passaggio?

Lo sforzo è stato più che notevole e lo è tuttora, ma non sono uno che molla. Ci sono stati momenti felici e altri meno, soddisfazioni e delusioni, qualche premio vinto e qualche critica negativa, fa parte del gioco.

Il passaggio a un editore importante è avvenuto grazie ai 5000 libri venduti da solo a fiere, eventi e mercati. Le mie prime case editrici non avevano una distribuzione in librerie di catena e quindi, per raggiungere lo step, avevo bisogno di una distribuzione nazionale e capillare. E dovevo avere dei dati di vendita che destassero interesse, quindi ci ho messo impegno, rinunce e passione.

Per quanto riguarda il cambio di genere, non poi così radicale (e chi ha letto Medioevo sa di cosa parlo) è dovuto al fatto che pensavo di aver esaurito quello che avevo da dire nel fantasy classico, avevo bisogno di una ventata d’aria fresca e di un’idea originale che stimolasse la mia creatività. Amo sperimentare, e i risultati ottenuti con Medioevo sono carburante per continuare in quella direzione.

Hai qualche aneddoto divertente o strano da raccontarci, sia nella tua vita professionale di rilegatore, sia in quella di scrittore?

Dopo 10 anni in pista come scrittore e 35 come rilegatore, potrei scriverci un libro sugli aneddoti, ma vorrei portare l’attenzione su un tema che mi manda in bestia. Mi capita spesso che, durante i vari eventi a cui partecipo, ci siano ragazzi che si avvicinano al banco incuriositi, anche se non lettori. E, devo dire abbastanza di frequente, vedo i genitori trascinarli via con la frase “tanto non li leggi”.

Siamo un paese di non lettori per situazioni come queste, ricordo che i miei genitori avevano la casa piena di libri e magari non mi compravano la bacchetta di Harry Potter (che all’epoca non c’era, e tanto non funziona, sapete…), ma non si sono mai rifiutati di acquistarmi un libro. Torniamo a leggere le favole ai nostri figli prima di dormire, se vogliamo che da grandi apprezzino la lettura. Un ragazzo che legge sarà un adulto che pensa e, di questo, abbiamo un gran bisogno.

Infine, domanda di rito: cosa consigli a un autore emergente che sta cercando un editore, oppure sta per pubblicare il suo primo libro?

“Ne sei proprio sicuro?”, questa è la domanda che gli farei. Il mondo editoriale è purtroppo in cancrena e la vanità di voler pubblicare un libro senza essere accompagnati da impegno e dedizione enormi non vi porterà a nulla, se non a essere dimenticati dopo pochi mesi.

Chiedetevi se da grandi volete fare gli scrittori e, se impiegate più di 8 secondi a rispondervi, lasciate stare o verrete fagocitati e tritati in tanti di quei pezzettini, che nemmeno i vostri cari vi riconosceranno. Ricordo che pubblicai il mio primo libro 10 anni fa e, degli autori conosciuti lungo il cammino, ne sono rimasti 4. Non è un mondo per tutti e, se non siete motivati da una passione e una determinazione abnormi, non buttateci del tempo che non vi porterà a nulla, se non a dire agli amici: “Ho pubblicato un libro”.

Per chi invece risponde ai requisiti ed è ben conscio del ginepraio in cui si sta cacciando, c’è Astro Edizioni, un punto di partenza ben superiore di quello da dove sono partito io.

So di essere stato duro e crudo ma, credetemi, lo dico per il vostro bene: non smettete mai di sognare, non illudetevi e tenere i piedi piantati a terra, o la caduta sarà rovinosa.

Ultima cosa, leggete molto più di quello che scrivete e, soprattutto, comprate libri di scrittori emergenti e tenete vivo un mercato che è al di fuori delle pure logiche di mercato.

Grazie Elvio, per la tua disponibilità e, agli autori emergenti auguriamo dunque… buona lettura! A presto.

Disse Mario, disse Luigi. E fu così che, a suon del verbo “dire”, un dialogo scade nella banalità.

Possibile, dico io, che un autore (che si auto-definisce tale) non conosca sinonimi per indicare il parlato e, quindi, non possieda un ampio lessico in lingua italiana? Sì, purtroppo è possibile.

Quanti manoscritti leggo di autori anche scafati e di certo non alle prime armi, dove per introdurre o concludere un dialogo si usa solo il verbo “dire”, infarcendo così il testo di ripetizioni e brutture. Tra l’altro, mi sembra anche scontato che un personaggio, mentre dialoga, stia “dicendo” qualcosa, quindi è ridondante ricordarlo al lettore, facendo del “dire” un verbo abusato oltre ogni misura.

Abilissimi autori (mi viene in mente McCarthy, ad esempio) sfruttano l’intonazione della voce, le parole dentro al dialogo stesso per indicare il tono e l’intenzionalità del personaggio, senza bisogno di usare alcun verbo, pensa tu! Incredibile… ebbene sì, è possibile. Ovviamente, ci vuole molta maestria.

Per chi non vuole o non riesce ad arrivare a simili raffinate scelte stilistiche, consiglio comunque di munirsi di un buon dizionario di sinonimi e contrari, perché esistono almeno 100, se non di più, verbi per indicare e dare enfasi ai dialoghi.

Abbiamo i classici verbi di risposta o di domanda: rispondere, chiedere, ripetere, affermare, replicare, ribattere…

Ancora, ci sono i verbi che contestano il contenuto del dialogo: chiarire, smentire, criticare, specificare, reagire…

Ricordo anche i verbi che esprimono emozioni varie: gridare, sibilare, zittire, scherzare, esultare, mugugnare…

Come non citare anche quei verbi che indicano un cambiamento nella voce del personaggio, e quindi nel suo stato d’animo, oppure aggiungono nuove informazioni: borbottare, urlare, farfugliare, aggiungere, narrare, riassumere, specificare…

Io, quando scrivo, amo usare il narratore, un cambio di postura, un atteggiamento fisico, un micromovimento del personaggio. Invece di fargli “dire” qualcosa, preferisco farlo muovere e usare la mimica facciale. In questo modo, non serve usare chissà quale verbo, nel dialogue tag, ma il lettore arriva subito a cogliere lo stato d’animo e il significato delle parole dette (o non dette).

Insomma, vi invito di nuovo a rileggere i vostri scritti ad alta voce, usando la giusta intonazione e, magari, anche con l’aiuto di un compagno. Se i verbi vicini ai dialoghi sono ridondanti, si possono togliere, modificare, aggiungere.

Quindi, come sempre, buona lettura e…buona scrittura!

Oggi, voglio presentarvi un autore fantasy italiano, talentuoso, prolifico e anche ottimo conoscitore del mercato editoriale nostrano, essendo da anni anche un libraio. Eccolo, è Alberto De Stefano.

Alberto De Stefano oggi è store manager del Mondadori Bookstore di Legnano.

Dal 2011, partecipa alle più prestigiose fiere nazionali fantasy, del fumetto e dell’editoria, classificandosi secondo al Premio Cittadella nel 2011, col romanzo L’ultimo eroe del Klaidmark.

Ha praticato scherma medievale e cantato nel gruppo Power Metal noto come Nether Nova, incidendo l’EP Overflow.

Ha pubblicato, per GDS, la saga Cronache del Klaidmark; per Armando Curcio la trilogia La maschera e la spada; per A.Car la Saga dei Kalesin e il romanzo storico Erik il rosso. Dalle sue opere, è stato anche realizzato un videogame dalla Curtel Games, The ballad singer.

Buongiorno Alberto, parlaci un po’ di te. So che lavori per una catena di librerie molto importante, e ti dedichi alla scrittura da anni, mostrando anche un notevole talento.

Innanzitutto, grazie per avermi contattato, è un vero piacere poter fare quest’intervista.

Ho iniziato a lavorare come magazziniere per una grossa libreria indipendente a Varese nel 2006, anche se quasi da subito sono passato in negozio e, grazie all’esperienza accumulata negli anni, dal 2016 sono responsabile di un franchising per una grossa catena di librerie. Il bello di appartenere a un franchising è che, salvo il marchio fuori dalla porta, posso fare il libraio e non il commesso, cosa fondamentale nel mio lavoro.

Sono un accanito lettore ancor prima che libraio e questo mi ha portato a coltivare una forte passione per la scrittura, già dai 16 anni. In quel periodo, scrissi il mio primo libro: L’ultimo eroe del Klaidmark, pubblicato 10 anni dopo e, da quel momento, ho pubblicato circa un libro all’anno.

Mi occupo prettamente di fantasy, ma ho scritto anche un romanzo storico, un thriller archeologico e una novella per bambini.

Da libraio, appassionato di fantasy, come si sta modificando il mercato di genere, oggi?

Diciamo che il mondo del fantasy ha riscosso un grande successo solo negli ultimi anni, in Italia. Infatti, è sempre stato trattato come genere di serie B e molti grossi editori tutt’ora non puntano sugli scrittori italiani. Questo è dovuto purtroppo a tanti flop avvenuti nel tempo e alla fossilizzazione mentale sul fatto che il fantasy sia un genere per ragazzini. Non è così. Credo che in alcune grosse case editrici manchi talvolta il coraggio di puntare su autori diversi dai soliti noti e che a volte manchi gente davvero competente (parlo per esperienza diretta). La mia non vuole essere un’accusa, ma una critica costruttiva.

Oggi, grazie soprattutto alle serie TV, il fantasy sembra esploso come non mai. Ci troviamo però di fronte a saghe esclusivamente politically correct, in cui la protagonista è quasi sempre femminile, spesso si sfocia nel romance, ma il caro vecchio high fantasy più verosimile (alla Gemmell, per intenderci) quasi viene snobbato. Addirittura, è arrivata la definizione di Grimdark (vedi Abercrombie). Questo però è un genere più vicino al verosimile rispetto a molti altri e, onestamente, lo preferisco.

Cosa ti ricordi del tuo esordio come autore? Quali sono state le sfide più difficili, e le tue più grandi soddisfazioni?

L’esordio è stato entusiasmante. Mi ricordo che fui quasi obbligato a buttarmi, e per fortuna l’ho fatto. Le prime fiere e presentazioni sono state bellissime e soddisfacenti, c’era un entusiasmo incredibile e la voglia di mettersi in gioco. La soddisfazione più grande è stata classificarmi secondo al Premio letterario nazionale Cittadella nel 2011, proprio col mio romanzo d’esordio.

I momenti più difficili sono dovuti al rinnovarsi e provare a inventare qualcosa di nuovo. In questo, mi ha aiutato il corso di scrittura che ho fatto da Raul Montanari, un grande scrittore e insegnante.

Hai qualche aneddoto divertente o strano da raccontarci, sia come libraio, sia come autore?

Potrei scriverci un libro (eheheh)… ma quelli come libraio sono sicuramente i più esilaranti. Ne ricordo uno in particolare, questa persona che entra e mi chiede: «Avete il libro, TUTTE LE POESIE? Non ricordo l’autore». Insomma, è agghiacciante come richiesta. Oppure, quando la gente chiede dove può scaricare gratis i libri… sono persone culturalmente e intellettualmente indietro (poi ci domandiamo perché l’Italia è conciata in un certo modo!). Esistono le biblioteche, che bisogno c’è di dover piratare il lavoro altrui, quando si può leggere e acculturarsi gratuitamente?

Beh, da scrittore mi sono sentito dare dello ‘‘sporco ebreo’’ da una simpatica signora sulla cinquantina, per via della copertina di un mio romanzo (tra l’altro non sono ebreo, non sono sporco e la copertina raffigura una maschera teutonica). Traete voi le vostre conclusioni.

In ultimo, cosa consigli a un autore emergente che sogna di vedere il suo libro ben esposto sugli scaffali delle più grandi librerie?

Per prima cosa: umiltà. Accettate le critiche, da qualsiasi parte esse provengano. Ascoltate gli editor. Gran parte del successo di un libro dipende da loro. Inoltre, rimboccarsi le maniche e girare fiere e librerie per fare firmacopie. I libri non si vendono da soli, se siete esordienti.

Certo, serve anche il fattore C., e magari pubblicare con un grosso editore può aiutare, ma non basta. Il mondo è pieno di autori meritevoli che sono stati pubblicati da grandi marchi e poi, dopo il flop, sono finiti a non scrivere più o a pubblicare con case editrici minori: in questo ambiente, non ci sono seconde possibilità.

Vorrei cogliere l’occasione per ringraziarti, Francesca, e salutare tutti i lettori.

Grazie a te, Alberto!

Per maggiori informazioni: www.albertodestefano.com

E così, mi è arrivata una cartolina. Una di quelle scritte a mano, con grafia ordinata, penna biro nera come quelle che usavo a scuola, negli anni Ottanta. La carta, bellissima, ruvida e profumata, è giallina, la stampa dell’illustrazione – anch’essa in stile “antico” – è di ottima fattura.

Me la consegna il postino, anche lui vecchio stampo, quello che quando ti vede per strada, ti saluta, che sa tutto di tutti, nel quartiere. Ah, il postino di una volta!

Scambio due chiacchiere con lui e, con gioia, sorrido guardando la cartolina che ho ricevuto.

Sono davvero felice, lo trovo un pensiero bellissimo, contro la moderna comunicazione che deve essere sempre diretta, veloce, vuota, fredda. Questa cartolina invece per me è calda, rovente. Mi ricorda la mia infanzia, i miei nonni che non ci sono più, che collezionavano cartoline dai paesaggi più disparati. E moltissime gliele avevo scritte io, con grafia incerta, di quando ero bambina.

A casa, guardo meglio la cartolina: è una pubblicità. La pubblicità di una tipografia, che offre servizi di grafica e stampa. Tanto di cappello a quest’azienda che, in un periodo così “moderno”, è tornata a fare comunicazione alla vecchia maniera, in modo caldo, avvolgente e che strappa un sorriso a chi riceve il suo pensiero.

Il messaggio è semplice, ma scritto a mano ha un sapore davvero emotivo, quindi forte ed efficace. Per un attimo, penso anche di chiamare la ditta che mi ha scritto la cartolina… poi ci ripenso, anche perché di fornitori ne ho parecchi, e tutti ottimi. Eppure… mi ricorderò di te, che mi hai regalato questa cartolina e un avvolgente sorriso mattutino!

La bellezza della scrittura è forse soprattutto questo: emozionare il lettore. Mi piacerebbe, come editore, pubblicare sia storie, sia opere di pregio, su carta di qualità, con una bella rilegatura, magari fatta a mano. Che meraviglia! E che bello che era scrivere a mano… non che io abbia una bella calligrafia, anzi, ma quelle parole che mettevo su carta avevano tutto un altro sapore! Erano delle mie creature, nel senso letterale del termine.

Credo che il modo di comunicare di oggi abbia bisogno di un ritorno alla qualità, all’emozione e al tatto, alla parola che sia “calda”, e tocchi le corde del cuore di ognuno.

Come sempre, allora, emozionatevi! Buona lettura, e buona scrittura.

Uno degli argomenti più “spinosi” per un neo-autore (o autore alle prime armi) è come gestire il punto di vista nella narrazione, o meglio, come far sì che diversi punti di vista coesistano in un unico romanzo, perché sia chiaro e coinvolgente per il lettore.

Il punto di vista non è altro che la decisione dell’autore di far trapelare questa o quell’altra informazione, di suggerire o esprimere chiaramente al lettore qualcosa di importante ai fini della trama. E dona potere a questo o quell’altro personaggio, che ha le redini del romanzo in mano.

Si può ragionare, intanto, sulla persona che racconta (prima singolare: io; seconda singolare: tu; terza singolare: lui, lei ecc.). La terza persona è quella più facile da usare, l’abbiamo imparata sin dai tempi della scuola, insieme al narratore onnisciente, che tutto sa di quel che accade, del passato, presente e futuro, dei pensieri di tutti i personaggi. Narrare in prima persona singolare, d’altronde, consente una maggiore immedesimazione del lettore, anche se la difficoltà per chi scrive è ovvia: non può sapere cosa pensano gli altri personaggi diversi dall’Io narrante! Di rado si trovano narrazioni con il “tu”, magari dato al protagonista, che lo rende “uno di noi”, quasi parte della vita del lettore. Si può tentare di scrivere in seconda persona plurale (noi), o anche terza plurale, se il protagonista è un gruppo di persone e si vuole donare al lettore un forte senso di appartenenza.

Il punto di vista è anche la prospettiva dalla quale una storia è narrata e può toccare anche due personaggi allo stesso tempo (ad esempio, il dottor Jekyll e il suo alter ego Hyde sono entrambi protagonisti e, di fatto, due facce di una stessa persona).

In certi generi letterari, ad esempio nei gialli oppure nei fantasy, spesso i punti di vista (ovvero il focus della narrazione) sono più di uno (il detective e il serial killer; l’eroe e la sua nemesi). Si può giocare benissimo con più punti di vista in un romanzo, anzi è divertente! Tuttavia, amici autori, ricordatevi che state scrivendo per una persona importantissima: il lettore. Fate in modo che la vostra scrittura sia sempre chiara, anche quando alternate punti di vista e, perché no, persone grammaticali; usare un cambio di capitolo, un a capo o un asterisco può essere un buon punto di partenza.

Buona scrittura!

Marco Cagnani, autore dell’agenzia, vince il premio “L’Italia che vorrei”. Una bella soddisfazione! Ecco qui il bel post di ringraziamenti dell’autore.

Francesca Costantino è un’agente letteraria, editor, titolare di casa editrice (Astro Edizioni).
Insomma, una che mastica pane ed editoria fin dal caffè della mattina.
Un anno fa mi ha suggerito di scrivere un racconto per un concorso letterario.
Il concorso si intitolava: “L’Italia che vorrei”, indetto da Marino Editore, Firenze. Ho pensato scherzasse: come facevo a scrivere un racconto con un tema così ottimista? Ma non li leggeva i miei post? Poi credo in tutta franchezza che mi abbia ipnotizzato, perché ho cominciato a buttar giù un lungo racconto, del quale all’inizio non conoscevo neanche la trama, ma solo la scena iniziale ed un personaggio.
È nato tutto così, senza schema e senza traccia. Scritto nei ritagli di tempo sulla tastiera del telefono, nei posti più impensati: in mensa, al parco, in sala d’attesa di ambulatori medici… Dilettante allo sbaraglio, insomma.
La prima stesura è stata modificata, corretta, limata. Suggerimenti di Francesca, sempre preziosissimi.
Poi la pandemia, i tempi che slittano…
Io che ci credo sempre meno e quasi mi disinteresso.
Solo stasera, scorrendo le email, scopro per caso che la giuria mi ha assegnato il secondo posto nella sezione senior (ovviamente!).
C’era anche un premio social per chi otteneva più scaricamenti del suo racconto… ma la mia assoluta incapacità promozionale mi ha fatto ottenere un risultato netto di…zero copie scaricate!
Resta comunque la grande soddisfazione di avere ottenuto un eccellente successo alla prima (e forse ultima) prova.
With a little help from my friends: oltre a Francesca, ovviamente, mia moglie Cinzia che mi ha supportato e… sopportato, Mascia, autrice (bravissima!) del disegno originale di copertina nonché implacabile correttrice di bozze, Roberto che ha curato la foto dell’autore (compito arduo!) e digitalizzato il disegno.
Per gli increduli, (tra cui io!), qui sotto la prova del misfatto.

Sara Benatti, in arte Aislinn, ama scrivere ascoltando rock e metal e ha una passione inesauribile per la lettura. Ha frequentato il Master per redattori in Editoria libraria della Fondazione Mondadori. È traduttrice e consulente per vari studi editoriali e case editrici. Alla Scuola Palomar di Rovigo è la responsabile del servizio di valutazione dattiloscritti e insegna al Master in Tecniche della narrazione.

Firmandosi come Aislinn, nel 2013 ha pubblicato con Fabbri Editori il suo primo romanzo urban fantasy Angelize; nel 2014 e uscita la seconda e ultima parte della storia, Angelize II. Lucifer.

1) Buongiorno Sara, parlaci un po’ di te, cosa fai nella vita. A proposito, perché ti fai chiamare Aislinn?

Buongiorno a tutti. Come Sara, lavoro in editoria: sono traduttrice dallʼinglese, consulente editoriale, editor, insegnante e responsabile del servizio valutazione dattiloscritti presso la Scuola Palomar di Mattia Signorini… insomma, mi occupo di parecchie cose! Ma è anche per questo che amo del mio lavoro, per la possibilità di variare, dedicarmi a progetti e attività differenti, affinare competenze di diverso tipo.

Come Aislinn, scrivo prevalentemente urban fantasy. Questo nome significa «sogno, visione» in gaelico e mi è sempre piaciuto molto, perciò lʼho scelto come pseudonimo; mi sembrava adatto a raccontare storie. Per il resto del tempo… combatto con la sciabola, vado ai concerti (beʼ… prima del lockdown, almeno), faccio da schiava a due gatti, vago per i boschi e colleziono viaggi ed esperienze strane.

2) Puoi raccontarci la tua esperienza come autrice? Quali soddisfazioni ti sta dando e quali lezioni hai imparato.

Scrivo dai tempi delle medie, e dopo essermi dedicata per un poʼ al fantasy classico – la classica gavetta che oggi riscriverei da zero! – sono passata allʼurban, perché lo sentivo più affine: mi permetteva di parlare del mondo intorno a me, della realtà così come la vedo, unendo però gli elementi fantastici e avventurosi che amo. Nel 2013 e 2014 ho pubblicato due romanzi con Fabbri Editori, Angelize e Angelize II. Lucifer, con i quali ho iniziato a esplorare un universo che si è poi ampliato con Né a Dio né al Diavolo e Melusina e con un terzo presto in arrivo, per Gainsworth Publishing. Ho pubblicato poi racconti in varie antologie, raccolti insieme ad altri inediti nellʼantologia scritta a quattro mani con Luca Tarenzi Terra senza cielo.

I libri fanno parte della mia vita da che ho memoria, come lettrice prima di tutto; quello che vorrei con le mie storie è emozionare il lettore come i libri che amo hanno emozionato me, e le soddisfazioni più grandi che ho avuto sono state proprio le parole di lettori che si sono affezionati ai miei romanzi e ai miei personaggi a tal punto da scrivermi, inviarmi disegni, fotografie e così via. Creare i personaggi è la parte che più amo della scrittura, e pensare che siano «vivi» anche per altre persone mi riempie di gioia.

Lezioni? Beʼ, la pazienza di continuare a migliorare un testo finché posso, e la tenacia di non gettare la spugna quando le cose non vanno per il meglio. Sono insegnamenti che porto con me anche nella vita, al di là della scrittura.

3) Sappiamo che ti occupi anche di servizi editoriali. Puoi entrare nel particolare?

Come detto, lavoro in diversi campi, con case editrici, agenzie letterarie e studi editoriali diversi, che sono i miei clienti più frequenti. Mi capita anche di lavorare per privati, però, quando autori più o meno agli inizi mi contattano per una valutazione o un editing. Credo possano essere esperienze formative, perché consentono un confronto proficuo con un occhio esterno allenato a valutare pregi e difetti di unʼopera; un confronto che risulta utile poi anche quando lʼautore inizia progetti nuovi. Non vanno però considerati un biglietto dʼingresso garantito nel mondo dellʼeditoria… una cosa del genere non esiste.

4) Nella tua carriera di autrice, editor e traduttrice hai qualche aneddoto da raccontarci? Divertente, irriverente o anche assurdo?

Il mio preferito riguarda un autore autopubblicato, a cui inviai una valutazione negativa. Quando, tempo dopo, lo invitai a un incontro con altri autori, in una libreria della sua città, rispose che «lʼunico scrittore che aveva bisogno di frequentare era lui stesso». Ecco, un atteggiamento di questo tipo è il peggiore che si possa avere; lʼumiltà, la voglia di guardarsi intorno e leggere bei libri, oltre a scriverli, sono ingredienti fondamentali per la crescita personale, e non solo come scrittori.

5) L’ultima domanda di rito: cosa consigli a chi vuole vivere di scrittura? Sia come autrice, sia come professionista dell’editoria.

Di essere realisti: gli scrittori che vivono solo dei loro libri sono pochissimi, e cercare di pubblicare con quellʼobiettivo in mente non è un buon modo per vivere con serenità la propria scrittura. Scrivere storie che appassionino voi stessi per primi, che dicano ciò che sentite di avere dentro, è ciò che vi permetterà di conservare la passione per quello che fate e la tenacia che serve a non arrendersi di fronte ai rifiuti – che arriveranno, è inevitabile, per mille motivi diversi.

Con la perseveranza continuerete a migliorarvi, con la perseveranza insisterete nel proporvi… finché uno dei vostri testi capiterà nelle mani giuste. Siate umili, educati nel presentarvi e inviare il vostro materiale. E siate precisi e ordinati: niente vi farà scartare più velocemente di un romanzo infarcito di refusi ed errori di grammatica.

Grazie, Sara, e alla prossima intervista!

Caro autore o autrice, finalmente il tuo romanzo ha una scaletta ben definita. Tutto fila, tutto torna. Poi, mentre scrivi, i personaggi iniziano a dialogare. Ebbene sì, parlano! E lo fanno quasi sembrassero autonomi: mentre tu scrivi, questi prendono vita da soli.

Ti e mai capitato? A me sì, centinaia di volte.

Eppure, a ben riflettere, i personaggi non vanno mai per conto loro. Sei tu, autore o autrice, che hai dato loro una fisionomia e un carattere, un vissuto, un contesto in cui operare, un incontro con questo o quel personaggio in una data ambientazione.

E, attenzione, regola fondamentale nella costruzione di buoni dialoghi: bisogna che l’autore si faccia da parte e, dopo aver costruito la scena e i personaggi, DEVE astenersi da usare le sue parole e il suo lessico. Quante volte ho letto dialoghi dove ogni personaggio parlava nello stesso identico modo degli altri? Questo non è possibile, non è naturale, non è realistico. E il lettore lo sente. Il problema è che l’autore o l’autrice è troppo presente in quella scena. Quindi: nel momento in cui ti accingi a scrivere un dialogo, fai un passo indietro, e lascia che i tuoi personaggi (così come li hai costruiti tu) prendano vita.

Diffida poi da quei dialoghi che ti vengono troppo facili, troppo veloci e di getto: 9 volte su 10 sei tu autore o autrice che ti stai parlando addosso, che stai facendo un dialogo infinito con te stesso o te stessa.

Ricorda, allora, come ti accingi a far dialogare i tuoi personaggi, che per rendere il loro parlato realistico e congruente bisogna, PRIMA, che gli stessi personaggi siano definiti molto, ma molto bene: le loro caratteristiche fisiche e psicologiche, il loro vissuto, il mondo in cui vivono, il rapporto con altri personaggi, l’emozione che ognuno di essi dovrebbe provare (e quindi trasmettere al lettore), nel momento stesso in cui aprono bocca e parlano.

Un ultimo consiglio: trova un amico o amica che, una volta finita la stesura del dialogo, ti aiuti ad alta voce a recitarlo. Leggete il dialogo e rispondetevi tra di voi, quindi registrate la vostra recitazione. Riascoltandola dopo, come arriva, com’è? Congruente, realistica, vera e viva, oppure monotona, un continuo sproloquio e noiosa?

Ti invito a provare e riprovare, perché saper scrivere bene è anche continuo esercizio. Buona scrittura e buoni dialoghi!

Ieri ho letto una storia che non conoscevo, e che mi ha commosso. La storia della poetessa bambina, Raffaella La Crociera.
La ragazzina, malata da tempo di una malattia rara per la quale i genitori avevano speso tutti i loro soldi in cerca di una cura, è nota per la sua ultima, semplice e meravigliosa poesia: Er Zinale, il grembiule dei bambini romani che vanno a scuola. Il suo grembiule, quello che non poteva più indossare.
Nel 1954, anno in cui Raffaella ha scritto la poesia, alluvioni devastanti hanno colpito la Costiera Amalfitana. Lei, sul letto, ha mandato alla Rai la sua Er Zinale, con una breve lettera d’accompagnamento: ‘Sono molto malata, i miei genitori non possono donare soldi, ma io vi dono questa mia poesia per contribuire’.
La storia ha commosso talmente tanto gli italiani che la poesia, messa all’asta, ha fruttato una somma altissima per l’epoca, destinata alle popolazioni in difficoltà. Raffaella ha ascoltato tutto alla radio e le sue lacrime – le ultime, visto che è morta poco dopo – sono state di gioia per aver donato un pezzetto della sua anima e avere, così, aiutato tanta gente.
La scrittura, nella sua forma più alta, ma non di tecnica, non di nomi blasonati e nemmeno di marchi editoriali conosciuti, è questo: donare la propria anima e ricevere l’energia del pensiero costruttivo e positivo, frutto di esperienza ed emozioni di chi scrive e chi legge. Lo scambio diventa un tesoro che, come nel caso di Er Zinale, è stato un aiuto monetario per tante persone. Auspico di leggere più spesso storie come questa, in cui la scrittura diventa arte con uno scopo, nel suo apice più bello.
Per chi volesse leggere la poesia di Raffaella La Crociera, ecco qui il testo integrale:
Er Zinale

Giranno distratta pe casa,

tra tanta robba sfusa,

ha trovato: ah! come er tempo vola,

er zinale de scola.

Nero, sguarcito,

Un pò vecchio e rattoppato,

è rimasto l’amico der tempo passato.

Lo guarda e come se gnente fusse

a quell’occhioni

spunteno li lucciconi,

e se rivede studente

allegra e sbarazzina

tanto grande, ma bambina.

Lo guarda e come un’eco risente

quelle voci sommesse: Presente!

Li singhiozzi, li pianti,

li mormorii fra li banchi,

e senti…senti…

pure li suggerimenti.

Tutto rivede e fra quer che resta,

c’è la cara sora maestra.

Sospira l’ècchese studente, perché sa

che a scola sua non ce potrà riannà.

Lei cià artri Professori, poverina.

Lei cià li Professori de medicina.